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Ancora sullo zio Stevie

(segue dal post precedente)

Riguardano Rose Madder le altre indiscrezioni trapelate recentemente. E in questo caso si può tranquillamente parlare di una prima volta in quanto il romanzo scritto dal Re nel 1995 non ha finora conosciuto adattamenti cinematografici. Adesso pare che Naomi Sheridan (figlia del più famoso Jim Sheridan e sceneggiatrice di In America girato proprio dal padre) stia lavorando alla sceneggiatura. Per ora di questo adattamento non si sa altro. Tra l’altro Rose Madder è uno dei libri dello zio Stevie che non ho mai letto quindi, per me, più il progetto viene posticipato e meglio è 😉

E veniamo alla penultima notizia che riguarda le trasposizioni cinematografiche di lavori di King. In questo caso si tratta di un progetto ancora più ambizioso e complesso dell’adattamento de L’ombra dello scorpione. Al centro di tutto è il regista Ron Howard, qui in veste di produttore, che ha coinvolto Brian Grazer, Akiva Goldsman e lo stesso Stephen King nella trasposizione della saga de La Torre Nera. Attualmente il progetto è stato notevolmente ridimensionato per problemi di budget ma, inizialmente, erano previsti tre film per il grande schermo tratti dalla saga e due miniserie per la tv. Attualmente si parla di un solo film diretto proprio da Ron Howard a cui seguiranno gli altri solo in caso di successo al botteghino. La notizia positiva, però, è la presenza di Javier Bardem nel ruolo di Roland Deschain, protagonista della saga. Anche se la notizia è stata confermata e poi smentita in varie occasioni è una di quelle anticipazioni che fanno gola e che potrebbero contribuire a dare qualità al prodotto. Anche in questo caso la complessità della trama e delle sottotrame nonché i numerosi riferimenti ad altri romanzi del Re rende l’operazione piuttosto complessa. Inoltre Ron Howard, pur essendo un regista di solido mestiere, non ha, secondo me, l’estro necessario per ridimensionare cotanto materiale e renderlo a misura di schermo. Spero vivamente di venire smentita e che ne venga fuori un piccolo capolavoro 😉

E finiamo questa carrellata di anticipazioni con la notizia più ghiotta. È ormai iniziata la lavorazione del remake di Carrie lo sguardo di Satana di Brian De Palma. Il fatto che in questo caso si parli di remake del film di De Palma e non di adattamento dal romanzo di Stephen King è il primo punto a sfavore di questa operazione. Questo perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l’opera di De Palma si pone come opera autoriale a tutti gli effetti, distaccandosi dal lavoro dello zio Stevie e reinterpretandolo attraverso uno sguardo, quello del regista, che più cinefilo non si potrebbe. Temo che, se di remake si tratta, il romanzo di King, in questo caso, possa entrarci veramente il giusto. Più probabilmente il film diventerà una rilettura dell’opera di De Palma allontanando ancora di più l’originale kinghiano. Va detto però che più fonti riportano che l’intenzione è quella di aderire più fedelmente al romanzo di King ma, in questo caso, non avrebbe senso parlare di remake.

Per quanto riguarda i nomi che sono venuti fuori sono senz’altro interessanti. Alla regia ci sarà Kimberly Peirce, la regista di Boys Don’t Cry, interessantissima pellicola del 1999 che affronta il tema dell’identità sessuale e che ha come protagonista una bravissima e ancora poco conosciuta Hilary Swank. Per quanto riguarda la sceneggiatura è stata affidata a Roberto Aguirre-Sacasa, autore televisivo conosciuto soprattutto per la serie Glee.

Il ruolo della protagonista, dopo che erano trapelati i nomi di Megan Fox e Hailee Steinfeld, è stato affidato a Chloë Moretz, recentemente vista in Hugo Cabret di Scorsese. Per il ruolo che fu di Piper Laurie, invece, si parla di Jodie Foster (ce la vedrei benissimo!) o di Julianne Moore.

Per finire vi lascio con l’immagine del fan poster realizzato come locandina per il nuovo adattamento di Carrie che ha entusiasmato perfino la regista che ha deciso di postarla sulla sua pagina di Facebook. Che ne dite? A me sembra piuttosto suggestiva anche se un po’ troppo patinata.

Fan poster di Carrie di Kimberly Peirce

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Qualche news kinghiana

Avvertenza. Ho iniziato a scrivere questo post come semplice aggiornamento su alcune notizie che riguardano prossime uscite di film tratti da romanzi di Stephen King. Doveva essere un post veloce, un semplice aggiornamento. Poi mi sono resa conto di avere superato le 1000 parole in un lampo! Così ho deciso di essere magnanima, non tediarvi e dividerlo in due 😉

In questo periodo di arresto della lettura de L’ombra dello scorpione non crediate che non abbia continuato a tenermi aggiornata sullo zio Stevie e sulle notizie che lo riguardano. E’ da un po’ di tempo che trapelano varie cose soprattutto sul fronte cinema. La prima riguarda proprio L’ombra dello scorpione dato che le ultime indiscrezioni danno ormai certa la realizzazione di un film tratto dal libro. Fino ad ora solo Mick Garris nel 1993 aveva avuto il coraggio di affrontare la trasposizione del romanzo più amato dai fan del Re. Lo aveva fatto con una serie tv in quattro puntate che, sebbene personalmente io non abbia ancora visto, si dice da più parti essere un prodotto del tutto insoddisfacente. E la cosa non stupisce affatto dato che il materiale presente nel romanzo è tantissimo (e non solo per le dimensioni ma anche per il numero dei personaggi e la struttura della storia) e difficilmente trasportabile sullo schermo senza perderne lo spirito.

Tempo fa si fece anche il nome di George A. Romero per un adattamento cinematografico del romanzo e pare che lo stesso King ne fosse entusiasta. Ma poi sembra che l’autore de La notte dei morti viventi si sia tirato indietro e non è dato saperne il motivo.

Dopo che la Warner ne ha acquistati i diritti ha affidato la regia a David Yates, regista di quattro degli otto film di Harry Potter, che si era dichiarato entusiasta dell’impresa in quanto grandissimo estimatore di King. Tra l’altro sarebbe stato affiancato dal suo sceneggiatore di fiducia Steve Kloves con il quale aveva già iniziato a lavorare al progetto. I motivi per cui i due, ad un certo punto, si sono ritirati sarebbero da ricercare proprio nella complessità e nella stratificazione del romanzo e nel fatto che, pur essendo sostanzialmente un romanzo d’avventura, in realtà è quasi del tutto privo di scene d’azione. Yates stesso avrebbe dichiarato:

Ciò che amo del lavoro di King e de L’ombra dello scorpione è il fatto che Stephen King ti fa davvero entrare nelle vite di queste persone, vedi il mondo da un livello intimo e umano. Ma realizzare un film così costoso da questo materiale è pressante, e poi mancavano quelle scene d’azione straordinarie che invece ci sono nei libri di Potter, ed ero preoccupato che alla fine non avrei realizzato il film che lo studio sperava. Forse una miniserie l’avrei vista possibile, una interessante, complessa, stratificata e divertente storia a lungo termine, ma per me mancavano i grossi momenti, le scene d’azione.

Da qui all’abbandono del progetto il passo è stato breve. Ed è a questo punto che si è cominciato a fare il nome dell’attore Ben Affleck come regista della trasposizione. Diciamo subito che la mia stima di Affleck come regista è inversamente proporzionale alla mia opinione di lui come attore. A livello di recitazione riesco a sopportarlo ben poco, lo devo ammettere. Lo trovo statico ed inespressivo. Ma all’esordio dietro la macchina da presa si è dimostrato un regista consapevole dei propri mezzi e tutt’altro che banale. Gone Baby Gone, il suo lungometraggio di esordio, è un film solido e dolente che affronta argomenti non facili e che si avvale di un cast di tutto rispetto. Ho sentito parlare molto bene anche del suo secondo film The Town che, però, non ho ancora visto. Insomma la scelta di Affleck dietro la macchina da presa di L’ombra dello scorpione non mi dispiace affatto.

Accanto ad Affleck lavora lo sceneggiatore David Kajganich che, per King, aveva già sceneggiato It e Pet Sematary, con risultati abbastanza deludenti, in realtà. Sono curiosa di vedere che cosa ne verrà fuori anche se resto convinta che un adattamento cinematografico di questo romanzo sia pressoché impossibile.

È curioso che, più o meno nello stesso periodo, siano cominciate a trapelare notizie anche sull’adattamento del romanzo di King più affine a L’ombra dello scorpione, vale a dire The Dome. In questo caso tutto è partito da Steven Spielberg che in agosto ha acquistato i diritti cinematografici del libro cominciando subito a cercare uno sceneggiatore. Pare che, alla fine, lo abbia trovato in Brian K. Vaughan, fumettista e autore di alcune puntate di Lost (e questo, personalmente, mi fa ben sperare!). In questo caso parliamo di una serie televisiva e non di un film per il grande schermo. Forse anche questa è una notizia positiva dato che, negli ultimi tempi, pare che le cose migliori si riescano a vedere proprio in tv. Anche in questo caso staremo a vedere anche perché qui manca ancora un’ipotesi sul nome del regista, per cui mi riservo di valutare la cosa quando ci saranno più elementi da poter analizzare. Certo è che The Dome è un romanzo che ben si presta ad essere portato sullo schermo perché ha forti elementi di spettacolarità che, se ben realizzati, sono convinta che potranno rendere benissimo a livello cinematografico anche se limitatamente alla visione domestica. E poi Spielberg è una garanzia, almeno per me.

(to be continued…)

A chi non credeva potessi esserne capace…

Ossessione di Richard Bachman (1978)

Attenzione! Contiene spoiler

E dunque ho potuto riporre sullo scaffale della libreria anche il primo romanzo scritto da Richard Bachman. Nel farlo ho pensato, inevitabilmente, a quanto sarà sempre più difficile leggere questo romanzo per chi non ha la fortuna di possederne già una copia. E questo perché, come già ricordato, King stesso ha deciso di toglierlo dal commercio in seguito alla diffusione delle stragi nelle scuole degli Stati Uniti. È una decisione che mi ha dato molto da pensare perché, istintivamente, non l’ho trovata giusta, mi è sembrata una specie di ammissione di colpa.

Non avete idea di quante volte mi sia trovata a discutere sul collegamento tra libri, film, fumetti horror e stragi e omicidi. E mi sono sempre schierata dalla parte di chi pensa che non ci siano collegamenti diretti tra le due cose. E anche se sono d’accordo con chi dice che in una mente deviata basta una scintilla per far scattare la violenza ritengo che eliminare quella scintilla non sia possibile. Sarebbe come dire di tenere i bambini chiusi in casa perché la fuori c’è un mondo di pedofili pronti a ghermirli. È vero, ci sono persone così, persone apparentemente innocue (ma anche su questo avrei da ridire perché non credo affatto nella pazzia improvvisa ma ritengo che il male sia un qualcosa che scava dentro le persone poco a poco e progressivamente e anche se la manifestazione è, apparentemente, immotivata non è quasi mai così, in realtà) a cui verrebbe impedito di fare del male se si allontanasse da loro il pretesto per farlo ma credo che non sia in potere di nessuno allontanare questo pretesto per sempre. Prima o poi l’imprevisto ci mette lo zampino e in meno di un secondo fa deflagrare quello che noi, con tanti sforzi, ci siamo premuniti di allontanare.

Proprio perché la penso così ci sono rimasta un po’ male quando ho saputo che lo zio Stevie aveva deciso di ritirare Ossessione dal commercio, come se, nel farlo, avesse voluto ammettere, almeno in parte, la responsabilità del romanzo (e, per esteso, del genere) nei tristi fatti di cronaca noti a tutti. La mia perplessità è durata tutta (l’interminabile) lettura del romanzo. Perché volevo capire quale fosse questo potere eversivo di un libro del genere. E, alla fine, ho dovuto concludere che non ne ha. Perché, in fondo, la trama di Ossessione racconta ben altro che la pazzia di un ragazzo che, stanco dei soprusi degli adulti, uccide delle persone. Ossessione racconta quanto tutti noi siamo quel ragazzo. In ognuno di noi c’è un po’ di Charlie Decker. Perché non esiste al mondo persona che non si sia sentita ingabbiata in una vita e in un ruolo che non gli appartiene, che non abbia sognato, almeno una volta, di mollare tutto e di fuggire da queste costrizioni. Quello che fa Charlie nel romanzo è proprio questo, spinge i suoi compagni a guardarsi dentro e a tirare fuori le loro angosce, le loro paure, le loro insicurezze. E non è avventato il paragone che avevo fatto con il confessionale de Il Grande Fratello perché, in fondo, è proprio quello che la gente crede di trovare all’interno della Casa: la vita, le passioni e i problemi delle persone comuni. E poco importa se sono costruiti ad arte da degli sceneggiatori. L’importante è che siano verosimili. Ciò che spinge noi lettori di Ossessione ad assistere alle confessioni reciproche dei compagni di scuola di Charlie e gli spettatori del famoso reality ad osservare i loro beniamini nel confessionale è esattamente lo stesso tipo di pulsione. Tutto questo purché si resti nel verosimile. Ed è proprio questo il motivo per cui le ultime edizioni del Grande Fratello stanno perdendo grosse fette di pubblico, proprio perché si è voluto spingere troppo su un copione evidentemente scritto a tavolino ed esagerato, tanto che di verosimiglianza non ce n’è neppure l’ombra. Il pubblico non riesce più ad identificarsi con i personaggi sullo schermo e li abbandona. Sono finiti i tempi in cui le ragazze si dividevano equamente tra chi amava Cristina e tifava per la storia con Pietro e chi, invece, non la sopportava e la considerava noiosa. Allora i personaggi del reality erano archetipi facilmente riconducibili alla realtà quotidiana degli spettatori, adesso sono solamente macchiette, espressioni di ciò che qualcuno, a tavolino,  pensa che gli italiani siano, ma non è così. Non è più così. E questo darebbe il la ad un mucchio di altre considerazioni ma questo non è né il momento né il luogo adatto per farlo.

È osservando le diverse reazioni dei compagni di scuola di Charlie che ritroviamo anche un po’ delle nostre reazioni di fronte alla messa a nudo dei nostri sentimenti. Charlie, in fondo, non è il risultato degli omicidi che compie ma è il motore delle reazioni dei suoi compagni.

Mi spiego meglio. Quello che interessa a King osservare è proprio come ognuno si pone di fronte al gesto estremo compiuto da Charlie e non tanto, o non solamente, descrivere quello che Charlie fa.  E questo si capisce chiaramente dall’impostazione del romanzo in quanto tutto si compie all’inizio della storia mentre per la maggior parte del libro non succede nulla di concreto, nessuna azione. Neppure nel finale succede nulla e la storia si conclude quasi per inerzia, all’opposto di come era iniziata. In pratica tutto il libro è un’aspettativa delusa. Visto quello che King ci mostra all’inizio (il sequestro, gli omicidi) ti aspetti che non ci possa essere lieto fine e che o Charlie o qualcuno dei suoi compagni debba necessariamente morire. Ma questo non succede. Ed è questa la vera forza del romanzo. È questo che sembra dire Bachman/King al lettore: ti aspetti che quello che ti ho mostrato sia solo l’inizio di una catastrofe? E invece no. La vera catastrofe si è già consumata. Il resto è quello che ognuno di noi può trarre da questi avvenimenti. Il resto sono le nostre reazioni di fronte alla violenza, repressa o meno, poco importa.

5. L’ombra dello scorpione

Eccoci qua. Ieri sera, nonostante la febbre e il delirio (non esageriamo… però se non mi decido a restarmene a casa questa maledetta febbre non mi passerà mai!), sono riuscita a finire Ossessione, prima che diventasse per me quello che recita il suo titolo.
Ho trovato il finale un po’ debole, non lo ricordavo affatto (la prima cosa che, generalmente, dimentico di libri che leggo e film che vedo è proprio la trama) ma mi è sembrato piuttosto posticcio, come se King non se la sentisse di interrompere bruscamente la vicenda con la liberazione degli ostaggi da parte di Charlie e avesse, in qualche modo, bisogno di trovare una spiegazione a questa follia collettiva. E questo indebolisce la storia, a mio avviso. E’ come se, per le pagine finali, Bachman avesse lasciato il posto a King, ritirandosi in bell’ordine nell’antro dell’alter ego. Questa è l’impressione che ho avuto realmente.

Ma ora mi aspetta L’ombra dello scorpione. E riflettevo sul fatto che è proprio il romanzo perfetto da leggere nel periodo natalizio. In questi giorni, di solito, capita di riflettere sui grandi temi della propria vita, l’approssimarsi di un  nuovo anno genera inevitabilmente tali pensieri. E quale modo migliore che farlo riflettendo sul Bene e sul Male, le pulsioni primigenie che animano tutte le nostre azioni e scelte, e farlo insieme alle più belle parole scritte dallo zio Stevie? E, quindi, andiamo a cominciare. Vi riporto i dettagli della mia edizione.

  • Traduzione: Adriana Dell’Orto e Bruno Amato
  • Paperback 929 Pagine
  • ISBN-10: 8845246000
  • ISBN-13: 9788845246005
  • Editore: Bompiani (Best seller / Tascabili / Narrativa)
  • Data di pubblicazione: May 01, 2001

Il vero Ben Mears

Alla fine, spinta soprattutto dalla curiosità per un cast che, mi pareva, di tutto rispetto, sono riuscita a recuperare la visione della miniserie del 2004 tratta da Le notti di Salem. E non me ne sono affatto dovuta pentire, anzi, è stata una bella sorpresa.

Salem’s Lot (2004)

[Salem’s Lot, USA 2004, Horror, durata 174′]   Regia di Mikael Salomon
Con Rob Lowe, Andre Braugher, Donald Sutherland, Samantha Mathis, Robert Mammone, Dan Byrd,Rutger Hauer, James Cromwell, Andy Anderson, Robert Grubb

Attenzione! Contiene spoiler

Partiamo subito dal presupposto che stiamo parlando di un tipico prodotto televisivo, intendendo l’accezione più deteriore del termine, vale a dire regia piatta e didascalica, priva di slanci di qualsivoglia tipo, eccessiva dilatazione dei tempi con conseguente perdita della tensione ed una certa attenzione per il politically correct che rifugge ogni intenzione di analisi sui meccanismi dell’orrore. Detto questo mi sono trovata di fronte un prodotto che non è assolutamente da buttare ma che, al contrario, presenta piacevoli sorprese.

Innanzitutto va detto che il cast è davvero il punto di forza di questa trasposizione perché gli attori non si limitano ad offrirci interpretazioni al minimo sindacale (come spesso avviene in questi casi) ma cercano di creare dei personaggi a tutto tondo che restino impressi nella memoria dello spettatore. E va anche detto che dopo aver visto Rob Lowe (che sia bello, va detto, aiuta…) nel ruolo di Ben Mears mi riesce difficile immaginarlo con un’altra faccia o un’altra espressività. In più Lowe riesce ad infondere al personaggio dello scrittore una dolcezza ed una fragilità che nelle pagine di King sono solamente accennate, e spicca per completezza. E fa subito dimenticare l’interpretazione di David Soul in Le notti di Salem di Hooper che torna ad essere solo Kenneth Hutchinson, come è giusto che sia, del resto (perché da bambina lo adoravo e posso tornare a provare questa passione senza confonderlo con Ben Mears che -ora è appurato- è un’altra cosa).

E poi c’è l’interpretazione di James Cromwell che è un altro attore poco sfruttato ma che è sempre convincente in tutti i ruoli che gli vengono affidati (come non ricordarlo in Babe maialino coraggioso? Il suo personaggio, silenzioso per buona parte del film, è bellissimo). Il suo è un Padre Callahan ombroso e sfiduciato che riesce ad accendersi di passione solo quando capisce di avere ancora una missione da compiere. E anche se, alla fine, perderà la lotta con il Male ne uscirà vittorioso perché, come vampiro, troverà una nuova spinta per vivere, poco importa se è quella sbagliata.

Anche Rutger Hauer, con il suo sorriso sornione e gli occhi di ghiaccio, se la cava egregiamente anche se non riesce a dare nuovo spessore al personaggio di Barlow che, del resto, non ha molto da dire neppure nel romanzo del Re.

Unica nota negativa, a livello recitativo, un Donald Sutherland che si limita ad interpretare un Babbo Natale mefistofelico, più ridicolo che pauroso, assolutamente non in linea con il personaggio di Straker sia del romanzo che della precedente trasposizione di Hooper dove, invece, acquistava un certo spessore dato, soprattutto, dall’ambiguità che riesce a trasmettergli James Mason.

Altra nota di merito del film è da attribuirsi all’impostazione scelta che mette in risalto, proprio come il romanzo, l’ambiguità di Jerusalem’s Lot e dei suoi abitanti, con i segreti che conservano e si premuniscono di nascondere, e la sensazione di malvagità che permea le case, le strade e i volti dei cittadini. Peccato che tutto questo sia stato relegato alla voce off di Ben Mears che, a lungo andare, risulta un po’ troppo didascalica, per cui fastidiosa.

E veniamo ai difetti, oltre a quello, già segnalato, della regia di stampo prettamente televisivo. Il difetto principale di questo film è che non riesce a spaventare. E non è un difetto da poco, visto anche che Le notti di Salem è uno dei romanzi più spaventosi di Stephen King. Qui i vampiri non riescono mai a fare veramente paura né ad inquietare. L’unica scena riuscita, da questo punto di vista, è quella dello scuolabus nel quale bambini-vampiro spuntano ovunque. La scena è molto fedele a quella descritta da King e ne conserva tutta la forza, bisogna ammetterlo. Ma, a parte questo, non c’è molto altro. I vampiri rappresentati da Salomon sono uomini con gli occhi bianchi e dei canini che si allungano a comando. Niente più di questo. Nessuna inquietudine. Nessuno spavento.

Alla fine restano molto più sotto pelle le visioni dell’impresa di Ben da ragazzino quando entra per la prima volta a Casa Marsten e trova i cadaveri di Hubie Marsten, della moglie e del figlioletto. Tra l’altro è interessante la scelta di fotografia che vira sui toni del rosso tutti i ricordi. Quelle visioni, in termini di paura, sono sicuramente le più riuscite del film.

Nel confessionale

Man mano che vado avanti nella lettura di Ossessione mi sembra sempre più incredibile che un libro del genere sia stato scritto da un King uscito da poco dall’adolescenza. Perché implica una visione lucida e distaccata di una fase della vita e di un sistema di relazioni che è difficile avere a così poca distanza temporale.

E si nota bene, fin da questa sua prima opera, quale sia lo stile di Richard Bachman e quanto sia distante da quello di Stephen King. Bachman non lascia spazio alla comprensione e all’empatia, in nessun modo. Il suo stile è freddo e distaccato e penetra dentro come una lama affilata. Non capita mai che si identifichi con i suoi personaggi e ti aspetti che, da un momento all’altro, possa decidere di farli fuori e di liberarsene senza nessuna giustificazione apparente. Bachman è un magnifico architetto della tensione. Riesce a tenere il lettore col fiato sospeso, pronto a tutto quello che potrebbe accadere. Non si dilunga mai su descrizioni inutili e non gli interessa approfondire le motivazioni dei personaggi. Bachman è uno scienziato che osserva le sue creature letterarie al microscopio senza partecipare della loro vita più di quanto non lo farebbe un tecnico di laboratorio che osservi un mucchietto di globuli rossi su un vetrino.

Si resta allibiti a pensare che in realtà è lo stesso autore che ama i suoi personaggi e che partecipa delle loro sofferenze in tanti bellissimi romanzi. King non è mai distaccato dalle sue creature ma è coinvolto emotivamente in tutte le loro gioie e i loro dolori. Ed è proprio quello che, in definitiva, rende le sue creature letterarie così belle e vere.

In Ossessione si ha l’impressione di stare nel confessionale del Grande Fratello, laddove un pubblico di voyeurs se ne sta a guardare persone che mettono in piazza i loro sentimenti e i loro segreti più intimi. È proprio questo che fa Charlie Decker, il protagonista del romanzo, spinge i suoi compagni di classe a tirare fuori ciò che di più nascosto ed intimo hanno dentro. E genera, in questo modo, un gioco al massacro che contribuisce a rendere tutti vulnerabili. E la cosa pazzesca è che sembra che i compagni di Decker coinvolti nella vicenda desiderino che questo accada, che non aspettino altro. È come se ci fosse qualcosa troppo a lungo trattenuto che finisce per esplodere e così le confessioni si susseguono come un fiume in piena, portando a galla segreti sempre più intimi ed inconfessabili. Tutto il racconto precipita, inevitabilmente, verso un finale che sai già non potrà essere edificante perché è come se Bachman ti sussurrasse che non ci può essere riscatto se non quello apparente, e che ognuno di noi vive per precipitare nell’abisso, in un modo o nell’altro.

Questo pessimismo cosmico che trapela dalle pagine di Ossessione ha un potenziale distruttivo notevole e si capisce che King stesso ne sia rimasto spaventato, facendo, infine, ritirare il libro dal commercio. Perché questo suo lato duro e cattivo, nonostante tutto, affascina ed attrae.

Un mondo nuovo, pulsioni antiche

E’ con immane fatica che ho superato la metà di Ossessione, anche se non so perché. Adoro quel libro ma, alla fine, non mi fa mai voglia di leggerlo. Non deve essere il periodo più opportuno. Per fortuna che ne leggo sempre tre o quattro insieme così posso alternare.

Ma intanto ho cominciato a documentarmi sul prossimo libro del Re, L’ombra dello scorpione. E non stiamo parlando di un libricino poco impegnativo ma di un tomo che, in origine, doveva essere di 1400 pagine e che è riconosciuto universalmente come uno dei suoi libri migliori. Diciamolo subito a scanso d’equivoci, è così anche per me che non mi so mai decidere se nel profondo del mio cuore ci sia L’ombra dello scorpione o It.

King comincia a maturare l’idea di fondo del libro (le vicende di un’umanità post apocalittica quasi completamente sterminata da un potente virus influenzale) ai tempi dell’Università quando elabora e pubblica il racconto Risacca notturna (ripubblicato poi e compreso all’interno della raccolta A volte ritornano del 1978) che parla per la prima volta di Captain Trips, il terribile virus influenzale costruito in laboratorio che provocherà la fine dell’umanità e della civiltà per come noi la conosciamo. Il presupposto non è dei più originali e deriva da influenze letterarie molteplici e più o meno dirette. Mi preme citare soprattutto Io sono leggenda di Richard Matheson, autore molto amato da King per sua stessa ammissione. Anche nel romanzo di Matheson si parla di un’umanità decimata da un’epidemia solamente che in questo caso gli effetti del virus sono la trasformazione degli umani in vampiri assetati di sangue. Nel caso di King la virata horror è molto meno presente (anche se sembra strano affermarlo ma per chi conosce il Re non lo è poi così tanto, dato che ha sempre affermato che il male vero, quello più terribile, è dentro ognuno di noi, dentro l’uomo che ha la capacità di compierlo, e non viene dall’esterno, da un mostro incomprensibile che ci minaccia e che non sappiamo come combattere) e la narrazione si concentra sull’analisi delle reazioni dei superstiti a questo nuovo mondo in cui si trovano a vivere. Nel caso di Risacca notturna si tratta di un gruppo di adolescenti mentre per L’ombra dello scorpione King sceglie di concentrarsi su due gruppi distinti di adulti che, semplificando la complessità della trama, incarnano il Bene e il Male in perenne lotta tra loro per affermarsi e sopraffarsi a vicenda. Come sempre le implicazioni psicologiche e i riferimenti culturali del romanzo li analizzeremo durante e dopo la lettura (l’ennesima lettura, direi, dato che l’ho già letto ben tre volte. Ve l’avevo detto che è uno dei miei preferiti? Sì, mi sa che l’ho già detto 😉 ), in questo post mi interessa raccontarne la genesi e la storia editoriale.

Ripartiamo da Risacca notturna. Dopo la pubblicazione del racconto King continua a pensare al tema affrontato e comincia ad elaborare l’idea di renderlo l’argomento centrale di un nuovo romanzo. L’idea è quella di scrivere un fantasy di ampio respiro che affronti la dicotomia Bene/Male creando un universo parallelo ispirato al mondo de Il Signore degli Anelli ma scegliendo di collocarlo in una realtà nota ai suoi lettori in modo da incanalare la riflessione sui grandi temi in luoghi ed ambientazioni familiari. E’ per questo che sceglie l’America a lui contemporanea perché chiunque legga il romanzo si possa identificare completamente con i suoi personaggi partecipando emotivamente ai loro dubbi e  alle loro scelte (qualcosa di simile avverrà in The Dome, circa trent’anni dopo, a mio parere il romanzo di King più vicino, come impostazione e tematica, a L’ombra dello scorpione).

La genesi del romanzo è lunghissima e per la prima stesura lo zio Stevie impiega ben 16 mesi. Questo avviene anche perché una volta arrivato a scrivere 500 pagine King entra in crisi e ha un blocco creativo. Ritiene che tutti i personaggi, buoni e cattivi, abbiano finito per assomigliarsi e non riesce più a sciogliere certi nodi della trama in modo da poter continuare la narrazione. Più tardi ammetterà che tale impasse si è potuto sciogliere solo grazie all’improvvisa comprensione che la natura violenta è parte di ogni uomo e che solamente ammettendo la facilità con cui il male può influenzare ogni uomo si può scegliere di compiere il bene.

Il romanzo viene pubblicato nel 1978 sempre dalla Doubleday anche se, come già per Shining, King sarà costretto ad effettuare drastici tagli per ridurre il libro a non più di 1000 pagine. L’editore teme che l’eccessiva lunghezza del romanzo ed il conseguente aumento del prezzo di copertina potrebbero comportare un calo nelle vendite e sceglie di sacrificare parti della storia giudicate poco importanti per rientrare negli standard editoriali. I tagli saranno effettuati, a malincuore, dallo stesso King che, però, comincerà a pensare di rivolgersi ad un altro editore per le pubblicazioni future. Per fortuna nel 1990 lo zio Stevie è riuscito a ripubblicare il romanzo integrandolo delle parti decurtate nella prima versione ed operando alcune modifiche ed integrazioni alla storia. Nella versione integrale la storia è stata posticipata di una decina di anni per renderla più attuale (nuova ambientazione negli anni 90 al posto degli 80) ma questo ha comportato la presenza di diversi refusi che rendono anacronistica la vicenda (soprattutto per quanto riguarda i prezzi che appaiono paradossalmente bassi). Oltre a questo sono state inserite una nuova introduzione sulla fuga di Captain Trips dal laboratorio e un epilogo che chiude il cerchio della vicenda e le sorti dei vari personaggi.

Concludo con la dedica del romanzo che è, ancora una volta, per Tabitha

A Tabby questo cupo scrigno di prodigi

E con una curiosità. Il nome Captain Trips dato da King alla super influenza de L’ombra dello scorpione è mutuato dallo stesso soprannome attribuito a Jerry Garcia, membro della rock band Grateful Dead e motivato dalla sua dipendenza dall’Lsd. Oltretutto sono proprio i numerosissimi tour della band su e giù per l’America che hanno ispirato King per il modo in cui il virus si diffonderà, di persona in persona, all’interno del romanzo.

La Lettura

Si intitola così il nuovo inserto domenicale del Corriere della Sera. Oggi è uscito il primo numero e l’ho preso. Non compro un quotidiano da anni, ormai l’informazione per me passa solo attraverso internet. Un quotidiano significa impegno di lettura e quasi mai riesco a trovare il tempo che vorrei per concedermelo.

Anni fa era diverso. Ricordo che quando andavo all’Università consideravo mio dovere leggere i quotidiani per informarmi su cosa succedeva in Italia e nel mondo. Va detto che allora internet era meno diffuso e, comunque, io non l’avevo. Ricordo che mi ero presa l’impegno di comprarmi il Corriere almeno tre volte a settimana e leggermelo tutto (no, in realtà, alla fine, avevo optato per almeno un articolo a pagina ;-)). Scelsi il Corriere perché era il giornale che aveva sempre letto mio nonno materno. Mi sembrava, così, di onorare la sua memoria, di averlo vicino anche se non c’era più. Gli altri leggevano Repubblica, i più arditi il Manifesto. Io il Corriere della Sera. Mi sentivo grande. No, meglio, mi sentivo di giocare a fare la grande. Come quando da bambina giocavo a mamme con le mie amiche. Leggere il giornale mi faceva un po’ lo stesso effetto.

Oggi ho ripreso in mano quello stesso giornale e mi sono tornate in mente queste sensazioni. Ma, in realtà, non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare del nuovo inserto dedicato alla lettura e consigliarlo caldamente a tutti. Non solo è ben realizzato, ricco di contenuti e di spunti ma contiene articoli o trafiletti di firme importanti del panorama culturale soprattutto italiano. Ci sono pure poche preziosissime righe di Vivian Lamarque, una delle mie poetesse preferite. Parlano di una nuova raccolta di poesie di Wystan Hugh Auden che dovrò procurarmi solo perché lo dice lei! E poi c’è un articolo di Erri De Luca che parla delle raccoglitrici di alghe africane. E siccome io De Luca devo rivalutarlo mi sono messa a leggerlo (tra l’altro è illustrato da bellissime foto in bianco e nero di Danilo De Marco che sono un piacere per gli occhi) ed ho trovato questo bellissimo passaggio:

Allora era al governo della vita il verbo condividere, che non arriva a fare parti uguali, ma vuole avvicinarsi a quel traguardo estremo. Perciò stanno piantate sotto la superficie dei miei sensi, le risate delle donne dei villaggi al pozzo, i loro denti musicali più dei tasti del pianoforte. Nel bagagliaio delle felicità ritrovo l’eleganza pura dell’anfora che ondeggia al ritmo di milonga sopra i corpi delle donne, come un loro leggero copricapo. Ritorna mentre scrivo, la grazia del loro portamento che nessuna indossatrice al mondo potrà pareggiare.

Davvero bellissime parole, nevvero?

E poi ci sono le pagine centrali dell’inserto che si intitolano Sguardi e sono dedicate ad arte, fotografia, architettura e design quindi, per me, assolutamente imperdibili.

Anche la parte delle classifiche è fatta molto bene sia a livello grafico (chiara e lineare) che di scelta editoriale (classifica generale e classifiche per generi, più uno sguardo sugli altri Paesi con le prime tre posizioni delle classifiche di USA, Inghilterra, Francia e Spagna. Da segnalare che la biografia di Steve Jobs è l’unico libro presente in tutte le classifiche. E poi qualcuno continua a negare che Jobs abbia cambiato il nostro mondo…).

Ma tutto questo era praticamente per segnalare il trafiletto intitolato La pagella e firmato Antonio D’Orrico. Si intitola King <<divorzia>> e torna Re. Ve lo riporto integralmente (l’amanuense che è in me ringrazia…). Dimenticavo, parla di 22/11/’63. E il voto è 10.

Da tempo Stephen King non era più lui. I fan non lo avrebbero ammesso nemmeno sotto tortura (se no che fan sarebbero?), ma i suoi libri non erano più belli come una volta.

Secondo alcuni, la crisi dello scrittore risaliva al 1999 quando fu investito, durante la quotidiana passeggiata della salute, da un furgoncino guidato da uno schizzato. L’incidente fu interpretato dallo scrittore come un avvenimento del destino e gli ingenerò grande inquietudine. Secondo me, la crisi preesisteva. Sui motivi c’era solo da sbizzarrirsi. C’è chi diceva: <<Troppi soldi, troppo successo>>. Vale a dire (secondo l’abbastanza spregevole motto di Steve Jobs) che King non aveva più fame. Altri sostenevano che non aveva più sete (nel senso che aveva smesso di bere e gli si era prosciugata l’ispirazione).

Personalmente propendo per la pista coniugale. La moglie di King, Tabhita, ha sempre preteso di essere scrittrice anche lei. In nome delle pari opportunità e delle quote rosa letterarie, deve avere talmente stressato il povero Stephen da fargli venire un paralizzante senso di colpa in merito al portentoso talento di cui madre natura lo ha dotato. Insomma, sembravano ormai al game over. E, invece, no. Qualsiasi cosa sia accaduta in questi anni di crisi ha smesso di accadere nel momento in cui King, ripescando un’idea di quando era sconosciuto, ha scritto 22-11-1963, il giorno in cui Lee Osvald uccise John Fitzgerald Kennedy a Dallas, la data spartiacque dopo la quale l’America non è stata più la stessa. King immagina che un tranquillo professore di letteratura scopra, per caso, la possibilità di viaggiare nel tempo e decida di impedire l’attentato. Sarà l’inizio di un incubo. Quello che lo apetta è una ri-creazione del mondo.

Dopo tante stupende storie diaboliche, Stephen King ha scritto il più divino dei suoi romanzi.

Un incubo geometrico

Ad imperitura memoria di una serata a tre di condivisione a distanza del film di Kubrick

E veniamo a parlare di quello che è considerato da molti un capolavoro. Me compresa, sia chiaro. L’ho ribadito più volte su queste pagine e mi preme sottolinearlo nuovamente. Benché il film e il libro differiscano sotto molti punti di vista alla fine lo Shining di Kubrick è un capolavoro mentre quello di King è un buon romanzo ma con qualche riserva, come abbiamo già visto.

Shining

[The Shining, USA, Gran Bretagna 1980, Horror, durata 119′]   Regia di Stanley Kubrick Con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers

Attenzione! Contiene spoiler.

In questa recensione non vorrei stare a spulciare le differenze tra film e romanzo, in parte l’ho già fatto e, comunque, è un’operazione che mi interessa relativamente. Come ho già avuto occasione di dire quanto più forte è la personalità del regista che dirige tanto maggiore è l’apporto che questo darà alla storia che sta raccontando. E in Shining delle ossessioni personali di Kubrick se ne trovano parecchie.

1. La geometria

Kubrick adorava la matematica e tutto ciò che ad essa è collegato come, ad esempio, la musica. O la geometria, che altro non è che la traduzione in immagini di principi matematici (perdonate la mancanza di scientificità di tale definizione ma mi serve per esprimere il concetto). Semplificando la geometria è la matematica del regista, che utilizza lo sguardo come tramite per esprimere i concetti che vuole trasmettere allo spettatore. E Shining è pieno zeppo di geometrie. E’ decorata da disegni geometrici la moquette dell’Overlook Hotel, specialmente i corridoi su cui si affacciano le camere dove con bellissimi dolly che si allontanano Kubrick evidenzia la presenza di esagoni sui toni del rosso e del marrone. E’ necessariamente geometrico il labirinto adiacente all’albergo in cui si svolge l’inseguimento finale tra la neve. E tale geometria è sottolineata da Kubrick da splendidi movimenti di macchina come quello con cui riprende Jack che contempla il modellino del labirinto da diverse angolature (salvo poi farci capire che il labirinto osservato da Jack è, in realtà, quello vero quando, riprendendolo dall’alto, vediamo Wendy e Danny che lo percorrono) oppure quello in cui pedina madre e figlio mentre passeggiano per il labirinto inquadrandoli a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo. Sono geometriche le due bambine che appaiono a Danny che si muovono sempre come se fossero due metà speculari di un unico corpo. E, ancora, sono geometrici i bagni degli uomini dove Jack e Grady si confrontano sulla necessità di sterminare la famiglia, come sottolinea l’alternarsi di elementi rossi e bianchi e la ripetitività degli arredi.

2. La musica

Come ricordato prima la musica è un’altra delle fissazione di Kubrick e in Shining è utilizzata in maniera extradiegetica per sottolineare i momenti di suspance e di orrore. La musica in Shining ha esattamente la funzione dell’architettura: riflette gli stati d’animo degli attori. Come tutta la scenografia dell’Overlook diventa personaggio del film, in quanto interagisce direttamente con i personaggi stessi influenzando i loro comportamenti (e questo è ciò che avviene esattamente anche nel romanzo dove l’Overlook diventa anche esso protagonista), così anche la musica si sostituisce al pensiero dei personaggi sottolineando il mutare dei loro stati d’animo (memorabile la scena in cui Jack Nicholson in piedi a lato della sua scrivania fissa lo sguardo davanti a sé e viene posseduto dall’albergo e dai suoi fantasmi attraverso un bellissimo commento musicale capace di produrre ansia in chi lo osserva).

Tutte le visioni di Danny e di Jack all’Overlook sono sempre accompagnate da un commento musicale che contribuisce ad aumentare la tensione e ad incanalare lo sguardo dello spettatore su quello che il regista vuole mostrargli.

3. La filosofia (o, meglio, la psicologia in questo caso)

Questo è l’elemento più complesso da analizzare anche se è immancabile nelle pellicole del regista. L’universo cinematografico di Kubrick è costellato di simboli, metafore e rimandi che possono essere colti a più livelli di penetrazione a seconda della propria sensibilità e preparazione. I film di Kubrick, oltre che visti, vanno anche un po’ studiati per poterne cogliere la complessità. Nel caso di Shining è evidente che ciò che gli interessa è riflettere sul meccanismo della paura e su come questa si impossessa dei suoi personaggi e, nello stesso tempo, su come trasmetterla allo spettatore. Uno degli espedienti utilizzati per ottenere questo effetto è quello della musica, come già accennato. Un altro espediente è la scelta delle inquadrature. Kubrick quasi sempre pedina i suoi personaggi (l’esempio più evidente sono le corse in triciclo di Danny per i corridoi dell’Overlook), li inquadra ad altezza d’uomo e a distanza ravvicinata in modo da coinvolgere lo spettatore completamente ed immergerlo dentro ciò che sta per accadere creando quell’aspettativa necessaria all’imminente manifestazione dell’orrore. Una delle scene più belle, da questo punto di vista, è il piano lungo con cui il regista riprende Danny sul triciclo che corre per i corridoi dell’albergo fino a quando non si ferma improvvisamente all’apparizione delle bambine che gli chiedo “Vieni a giocare con noi?”. Stacco ed inquadratura delle stesse bambine trucidate nel medesimo corridoio. Altro stacco ed una serie di inquadrature alternate del primo piano terrorizzato di Danny, delle bambine in piedi nel corridoio riprese a distanza sempre più ravvicinata e delle stesse bambine morte ricoperte di sangue. E’ una scena ad effetto costruita in maniera perfetta che ha il potere di inquietare e terrorizzare al tempo stesso. L’orrore, in questo caso, ma anche in quasi tutti gli altri momenti del film, è generato anche da un senso di spaesamento che coglie lo spettatore che si trova costretto a collocare fisicamente personaggi in luoghi dove non dovrebbero essere. Le presenze che dimorano nell’Overlook spaventano proprio perché sono fuori posto (meccanismo ricorrente un po’ in tutti gli horror ma portato da Kubrick alla sua massima potenzialità espressiva) perché non sai spiegarti il motivo per cui si trovano dove il regista te le sta mostrando.

Da quanto detto fino ad adesso non ci si capacita delle ragioni per cui Stephen King abbia sempre osteggiato il film di Kubrick; non l’ha apprezzato al momento dell’uscita nelle sale e non ha mai mostrato di aver cambiato idea successivamente. In realtà la ragione è abbastanza evidente (e ne abbiamo già parlato): dalla pellicola di Kubrick vengono eliminati completamente tutti gli elementi di approfondimento psicologico tanto centrali nel libro di King. Il posto è lasciato alle ossessioni personali del regista ed alla sua necessità di indagare nei meccanismi dell’orrore. E questo proprio non poteva piacere al Re che ha scritto un romanzo imperfetto ma molto genuino dal punto di vista dei sentimenti raccontati. La freddezza intellettuale di Kubrick è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al modo di approcciarsi allo stesso tema da parte dello zio Stevie. E questa divergenza è, necessariamente, incolmabile.

A questo punto sono curiosa di vedere la realizzazione di Shining curata dallo stesso King nel 1997 e capire quanto del suo romanzo è invece presente lì e, parallelamente, quanta parte dell’immaginario creato dalla pellicola di Kubrick abbia influenzato la realizzazione kinghiana.

P. s. Per stemperare l’apparente serietà di questa analisi vi consiglio caldamente la visione dei due doppiaggi del Nido del Cuculo tratti da due scene del film che trovate di seguito. E poi fatemi sapere se riuscirete ancora a guardare Shining seriamente la prossima volta 😉

Chi ha paura dei Vampiri?

Con un po’ di ritardo sulla lettura del romanzo sono riuscita a recuperare anche la visione del film di Le notti di Salem diretto da Tobe Hooper (Il regista di Non aprite quella porta, non so se rendo…). Recentemente ne è stata tratta anche una miniserie tv (2004) che ancora non ho visto ma di cui non si sente parlare molto bene (degno di nota solo il cast che vanta, tra le altre, la presenza di Rob Lowe, Donald Sutherland e Rutger Hauer).

Le notti di Salem (1979)

[Salem’s Lot: the Movie, USA 1979, Horror, durata 112′]   Regia di Tobe Hooper
Con David Soul, James Mason, Bonnie Bedelia

Attenzione! Contiene spoiler

Il film di Hooper, al di là delle buone intenzioni del regista, appare subito piuttosto datato nella realizzazione. La fortuna è che Hooper non ha voluto abbondare in effetti speciali che si rivelano la parte più debole della pellicola. La resa del romanzo dello zio Stevie è abbastanza fedele (escludendo i necessari tagli alla sceneggiatura dovuti alla durata del film) ma non si capisce proprio perché siano stati variati quasi tutti i nomi dei personaggi (per lo meno nella versione italiana che è quella che ho visto io); mi sfugge proprio la logica di una scelta del genere. Sono presenti, inoltre, delle ellissi di sceneggiatura abbastanza brusche che portano alla scomparsa di alcuni protagonisti senza che sia fornita alcuna spiegazione (come nel caso del professor Burke che scompare nel nulla dopo l’incontro con Mike o, ancora peggio, Susan che, dopo essere penetrata a casa Marsten con Mark sparisce e nessuno la cerca salvo un’allusione nel finale da parte di Ben nel momento in cui la casa sta bruciando), ma credo che questo lo noti soprattutto chi ha letto il libro e conosce le sorti dei vari personaggi del romanzo.

Sgombrato il campo ai difetti veniamo ai pregi della pellicola che, indubbiamente, ci sono. Hooper sceglie di concentrare la sua attenzione sul senso di estraneità che prova lo spettatore che assiste al suo film. I vampiri di Hooper sono degli esseri malvagi e freddi, privi di coscienza e di legami con l’umanità di cui non fanno più parte. Davanti a loro si prova una sensazione di straniamento notevole perché la loro apparenza umana contrasta con la malvagità che emana alla loro vista. Hooper abbandona la componente fisica e splatter con cui ci aveva deliziato in Non aprite quella porta a favore di una realizzazione quasi metafisica, se mi passate il termine, ultraterrena. Quello che maggiormente inquieta nei vampiri de Le notti di Salem è la freddezza con cui ti guardano negli occhi. Una delle scene migliori del film è quella in cui il professor Burke trova Mike il becchino sulla sedia a dondolo in camera.
La scena è tutta impostata su campo e controcampo di Burke e Mike in piani sempre più ravvicinati fino a che quest’ultimo non spalanca gli occhi improvvisamente bianchi e vuoti. Ed è proprio attraverso lo sguardo che i vampiri di Salem riescono ad impossessarsi della mente delle loro vittime e a convincerle a farli entrare in casa o a lasciarli avvicinare.

Un’attenzione particolare merita rivolgerla alla figura di Barlow che è disegnato sul modello del Nosferatu di Murnau (calvo, con lunghi artigli e colorito terreo)  dimostrando scarsa originalità nel creare un diverso tipo di icona che si distaccasse da quello che possiamo a tutti gli effetti considerare l’archetipo del vampiro. Ma il Barlow di Hooper è privo del fascino che emana dal personaggio incarnato da Max Schreck il quale era capace di ispirare, oltre che l’orrore, anche una sorta di malinconia e compassione per la sua natura non umana. Qui, invece, il vampiro è effettivamente solo un mostro apparentemente privo di volontà ma dotato solamente di istinto animale (è sempre Straker a parlare al suo posto e ad esprimere i voleri del suo padrone) e, anche per questo motivo, non riesce a farci appassionare al suo personaggio né a spaventare mai fino in fondo.

In conclusione il difetto maggiore del film è che i vampiri di Hooper destabilizzano lo spettatore ma non riescono a spaventarlo veramente. Alla fine tutto più o meno si risolve con un paletto piantato nel cuore senza troppi problemi. Hooper non riesce a trasmettere quel clima malsano che trasuda dalle pagine di King per il quale i vampiri non sono altro che la personificazione di un male che scorre sotterraneo a Salem, come se la città stessa fosse maledetta e destinata, inevitabilmente, ad essere sacrificata. Perché nel libro del Re è proprio la città la vera protagonista e non i vampiri. Hooper rende i vampiri i protagonisti della sua pellicola ma commette l’imperdonabile errore di non farli diventare né personaggi romantici né esseri spaventosi.