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Raramente capita di uscire dal cinema e di avere la consapevolezza di aver appena visto un capolavoro. L’ultima volta mi era accaduto con Drive di Nicolas Winding Refn e ancora prima con La donna che canta di Denis Villeneuve. Recentemente mi è accaduto di nuovo per merito di Come pietra paziente di Atiq Rahimi.

Come pietra paziente (2012)

[Syngue sabour, Francia, Germania, Afghanistan 2012, Drammatico, durata 98']   Regia di Atiq Rahimi
Con Golshifteh Farahani, Hamid Djavdan, Hassina Burgan, Massi Mrowat
Una stanza. Un uomo ridotto in stato vegetativo da un proiettile conficcato nel collo. Una donna che, per la prima volta nella sua vita, si sente libera di raccontarsi. Fuori una guerra che dura da troppo tempo.
Non serve altro. Non serve altro né per raccontare la trama di questo film né per dirigere una pellicola che non può lasciare indifferenti.
Sono dovuta tornare a vedere il film di Rahimi perché la prima visione mi aveva lasciata abbacinata dalla bellezza delle immagini e dalla forza delle parole che, come un fiume in piena, sgorgano dalle labbra della magnifica protagonista. Parole represse a lungo da una cultura che considera la donna alla stregua di un oggetto, incapace di decidere della sua vita e, spesso, merce di scambio per gli affari dell’altra metà della società, quella maschile. Una società, a detta della stessa protagonista, capace solamente di fare la guerra per nascondere l’incapacità di amare. Uomini che non possono permettersi di farsi vedere deboli, o fragili, o inesperti, anche quando non riescono a nasconderlo. Uomini che non esitano a punire, umiliare, prevaricare perché, appunto, incapaci di amare, di dimostrare amore.
E’ un film estremamente femminile quello di Rahimi, tanto che, durante la visione, ero convintissima che il regista o, almeno, il soggetto fosse di una donna. Invece no. E questo colpisce ancora di più perché, alla fine della visione, non si può non rimanere disgustati da ciò che gli uomini sono capaci di fare.
E’ un film coraggioso Come pietra paziente. Perché ha il coraggio di scegliere la luce e le parole come linguaggio predominante. Il lunghissimo racconto della protagonista riempie tutta la pellicola e sarebbe stato molto facile suscitare noia nello spettatore. Invece non succede mai. Perché è evidente la forza delle parole pronunciate dalla donna; è evidente la verità che viene fuori in tutta la sua forza dirompente perché non può essere ignorata. Perché quando si ha il coraggio di tirarla fuori la verità non può più essere nascosta.

Mestierante di pregio

Questo conferma di essere Scott Derrickson: un pregevole mestierante. E lo dico senza nessunissima accezione negativa perché di gente che sappia fare il suo mestiere ce n’è sempre più bisogno in ogni campo. D’altra parte non tutti possono fregiarsi dell’appellativo di geni e, molti, sono convinta, neppure aspirino ad esserlo.

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Ma gente come Derrickson conosce il proprio lavoro e tutti gli strumenti che gli mette a disposizione.

Sinister (2012)

[Sinister, USA 2012, Horror, durata 110']   Regia di Scott Derrickson
Con Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio, James Ransone, Fred Dalton Thompson, Clare Foley, Cameron Ocasio, Victoria Leigh, Juliet Rylance, Michael Hall D’Addario, Blake Mizrahi

Un film come Sinister (e, prima di questo, The Exorcism of Emily Rose) dimostra che ancora oggi è possibile girare un buon horror nel pieno rispetto di tutte le regole classiche del genere senza pretendere di rinnovare alcunché ma mirando a fare un prodotto di qualità, con grande rispetto per lo spettatore. Spettatore che si siede sulla poltroncina del cinema sapendo esattamente cosa aspettarsi e trovando, alla fine, esattamente cosa si era aspettato. Punto. Vi pare poco? A me no perché, come ci tengo a sottolineare, Derrickson ha, prima di tutto, grande rispetto per lo spettatore e fa la scelta ben precisa di non ingannarlo con trucchetti dozzinali ed effetti inutili ma gira con rigore ed impegno, scena dopo scena, un film curato e ben confezionato ma mai vuoto. Perché in Sinister c’è pure una trama, non particolarmente originale, ma ben costruita ed orchestrata. Ci sono personaggi, anch’essi non originali, ma ben scritti e recitati con convinzione (davvero in parte Ethan Hawke, la cui recitazione, in altre occasioni, ha lasciato un po’ a desiderare). Ci si spaventa anche con Sinister, soprattutto in certe scene che hanno il potere di inquietare non poco chi le osserva. E, alla fine, si torna a casa soddisfatti.

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Per quanto mi riguarda l’unica cosa che trovo veramente fastidiosa nella produzione horror di questo regista è l’uso del sonoro sempre invadente e grossolano, in netto contrasto con tutto il resto che è comunque misurato ed efficace. Ma, a parte questo piccolo particolare, ritengo Sinister un film davvero ben riuscito e Derrickson un regista da tenere d’occhio perché ti dà esattamente ciò che promette. E non è poco.

Facebook e il male

Ultimamente mi è capitato di riflettere più volte sul fenomeno Facebook anche se, apparentemente, è ormai uno strumento talmente consolidato e diffuso che sembra non esserci più molto da dire che non sia stato già ampiamente detto, motivato ed argomentato. Eppure, secondo me, anche lì alcune cose stanno cambiando.

La cosa che più mi balza agli occhi è una sorta di apertura dei profili di Facebook un po’ a tutti. Mentre non moltissimo tempo fa il proprio profilo era una sorta di stanza privata in cui far entrare solo pochi amici fidati con cui si voleva rimanere in contatto, piano piano c’è stata una prima evoluzione ed è diventato un luogo in cui collezionare amici, come fossero figurine, come se fosse una gara a chi ne ha di più. Per cui non più il vecchio compagno di scuola finalmente ritrovato ma anche il tizio incontrato una volta a quella festa e di cui ricordo a malapena il nome. O l’amico dell’amico -perché no?- pur se mai visto né conosciuto.

A questo punto i confini dell’esclusività si sono persi definitivamente e Facebook si è aperto al virtuale, cominciando ad includere le conoscenze della rete, persone magari mai incontrate ma presenti più o meno quotidianamente sui vari social, forum, blog.

Naturale che questa apertura abbia necessariamente portato ad una maggiore superficialità di contenuti perché, ovviamente, dovendoci rivolgere non più a pochi amici intimi e fidati si deve stare attenti anche a non esporsi troppo, in un certo senso. Da qui una sorta di spersonalizzazione progressiva dei propri profili, prediligendo scambio di link, musica ed immagini a scapito della diffusione di riflessioni e pensieri (non da parte di tutti, naturalmente).

E da qui in poi il nemico. Anzi, i due nemici. Le due cose di Facebook che mi fanno venire l’orticaria e che, personalmente, cerco di usare il meno possibile. I like e i tag. Premetto che non c’è assolutamente nulla di male ad utilizzare questi due strumenti e ognuno è liberissimo di farlo (pure i taggatori folli, vero Davide? ;) ) ma credo che valga la pena riflettere su quello che, a mio parere, sta dietro a queste due abitudini.

Un semplice “mi piace” affibbiato ad una foto o ad un post ha la duplice funzione di indicare di esserci e di dimostrare apprezzamento senza sforzarsi di creare un dialogo. E va benissimo, per carità. Non sempre si ha qualcosa da dire (e io, personalmente, mi rendo conto di avere sempre meno opinioni chiare su tantissime cose ultimamente) e non sempre è necessario dire qualcosa, spesso dimostrare apprezzamento per un contenuto è più che sufficiente. Detto questo è bene distinguere tra uso e abuso laddove l’abuso significa non avere MAI qualcosa da dire. Possibile? Chiedo più a me stessa che a voi. Possibile che di fronte a contenuti anche seri ed importanti non si abbia nulla da dire? Tutto sembra dimostra questa possibilità, in effetti.

I tag. Ecco questo è un fenomeno, se vogliamo, ancora più significativo. Perché taggare qualcuno significa chiedere la sua attenzione, pensare che quella determinata persona potrebbe ignorare il contenuto che stai pubblicando se tu non andassi appositamente a batterle sulla spalla e dirle “Oh, hai visto?” Ecco, questo mi fa più tristezza che fastidio. Sarà che ho sempre pensato che chi mi apprezza mi viene a cercare, che è naturalmente interessato a ciò che dico senza che io debba necessariamente farmi notare e che chi non mi cerca, alla fine, è qualcuno di cui si può fare anche a meno ma, forse, tutto questo è solo dettato dalla mia arroganza. O, forse, dipende dal fatto che, di solito, preferisco passare inosservata piuttosto che farmi notare. O forse, più probabilmente, dipende dal fatto che tutto questo è segno di un tempo che sta cambiando e che stento spesso a capire. E non mi piace essere distante dal mondo, intendiamoci. Perché nel mondo bisogna viverci e per farlo bisogna saperne seguire il passo, pur se distante dal nostro, pur nello scegliere di muoversi in direzione ostinata e contraria.

Meme sulla fine del mondo e auguri

Eccomi qua ad accettare l’invito di Davide che mi ha passato il testimone per questo meme sulla fine del mondo. Sono un po’ in ritardo e il pericolo è ormai scongiurato (per fortuna!) ma è comunque interessante immaginare cosa farei. Non si sa mai che dopo i Maya arrivi qualcun altro a gufare!

1. Con chi trascorrereste il lieto evento?

Penso che lo vorrei trascorrere in assoluta solitudine. Credo che sia uno di quei momenti della vita in cui è necessario essere da soli per consapevolizzarsi veramente di cosa sta accadendo. Siccome è la fine vorrei avere il tempo per accorgermene veramente e per sistemare dentro tutto quello che rischia di essere lasciato in sospeso.

 2. Dove lo trascorrereste?

In riva al mare. Nel luogo che più mi appartiene e mi fa sentire veramente me stessa. Sì, se accadesse vorrei essere sulla spiaggia a vederlo accadere.

 3. C’è qualcuno di cui vi vorreste vendicare per un torto subito?
Assolutamente no. La vendetta è una di quelle pulsioni che proprio non mi appartengono. Semmai vorrei avere l’occasione per parlare con le persone che hanno finito per farmi del male per capirne veramente i motivi, questo sì.
4. C’è una persona che vorreste rivedere prima dei titoli di coda?

Ce ne sono troppe, forse. Vorrei rivedere tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita. Quelle che ci sono sempre state e quelle che non ci sono più. Quelle andate via da anni e quelle andate via da giorni. Vorrei vedere tutte le persone che hanno significato qualcosa. E non sono poche.

5. Avendo per assurdo la possibilità di scegliere, vi piacerebbe sopravvivere in un mondo post-apocalittico?

A me piacerebbe sopravvivere sempre e comunque. Ci tengo troppo alla vita per accettare che possa finire. Sopravvivere in un mondo completamente diverso da quello che conosco non sarebbe per nulla semplice, anzi, per tanti versi mi destabilizzerebbe, però sarebbe anche una sfida, un’occasione per resettare il pensiero e cambiare completamente prospettiva. Credo che dopo lo sconforto iniziale mi gaserebbe non poco ;)

6. Una soddisfazione, l’ultima, da togliervi in queste ore.

Oddio, dipende da quante ore ho a disposizione. Se fossero abbastanza vorrei sicuramente andare a vedere un posto mai visto come il Giappone, oppure tornare un’ultima volta in un posto che amo come l’Olanda.

7. In previsione di un ipotetico aldilà, vi aspetta il calduccio dell’inferno o la quiete del paradiso?

Non essendo contemplato il Purgatorio, che sarebbe sicuramente la mia destinazione, opterei per il Paradiso. Sono abbastanza convinta di non aver fatto niente di così grave da meritare la dannazione eterna!

8. Un oggetto, uno soltanto da mettere in una capsula del tempo, e che verrà ritrovato da coloro che un giorno, tra migliaia di anni, ricostruiranno la civiltà.

Una cosa estremamente semplice: una bambola. Perché insegna cosa è l’infanzia ed è il simbolo della cura dell’altro. E queste sono le due cose da cui, se ci fosse data l’occasione di farlo, si dovrebbe ricominciare.

9. Un’ultima dichiarazione prima di salutarci

Ormai il 21 dicembre è passato e il mondo non è finito. Forse finirà, prima o poi. Ecco, se dovesse accadere però non vorrei esserci. Già mi fa estrema tristezza il pensiero della fine della mia di vite, figuriamoci pensare che debba finire per tutti!

Intanto passo il testimone di questo meme a qualche altro blogger che considero particolarmente indicato per elucubrare su questa possibilità, e quindi a voi: Ralph Magpie, Silver7Arrow, Man from Mars e Qwertyminus.

E dato che il Natale è vicinissimo e che, ultimamente, non passo molto da queste parti, ne approfitto per fare gli auguri ad un po’ di persone speciali conosciute proprio grazie all’apertura del blog, magari per vie traverse, ma che non ci sarebbero se non avessi iniziato a scrivere queste pagine virtuali. Le cito in ordine assolutamente sparso. Alcune mi leggono, altre no e, magari, non sapranno mai di questi auguri, ma non importa. Quello che conta è che tutti, in un modo o nell’altro, sono importanti :)
E, quindi, buon Natale a Ralph, Flavio, Mirko, Davide, Gre, Fabrizio, Suibhne, Adblues, Fran, Lucia, Rossella, Lady Lindy, Vitty, Lois, Sonia, Elisa, ControlFreak, Alberta.

AUGURI!

M’innamoravo di tutto

Capita. Non a tutti ma a me molto spesso. Mi capita di vedere un’immagine e di innamorarmene. E in quei casi mi capita di osservarla talmente tanto, di sviscerarla talmente a lungo che poi, per anni, mi rimane negli occhi. Mi capitò, non so più neppure quanti anni fa, con un quadro. Non ricordo dove lo vidi. Non riesco a ricollegarlo a nulla. Ma l’immagine di quel quadro mi è sempre rimasta impressa. Ogni tanto mi tornava in mente senza motivo. E tutte le volte che accadeva rimanevo sbalordita da quelle linee e da quei colori che hanno la capacità di creare un’atmosfera calda ed avvolgente, intima. Quel quadro non l’ho più rivisto, anche se, in fondo, mi rendo conto di averlo sempre cercato. Non ricordarmi assolutamente il nome del pittore né il contesto in cui lo avevo visto la prima volta non era d’aiuto per rintracciarlo, questo va detto.

Ma poi, oggi, il miracolo. Sì perché quel quadro l’ho ritrovato. E ringrazierò per sempre Google immagini e la possibilità di ricercare per immagini visivamente simili se l’ho ritrovato! Tra l’altro scopro che è in vendita (ma 1400 € come base d’asta non sono proprio nelle mie possibilità per cui farò finta di nulla…) e che l’autore è ignoto. Eppure io ero sicura che quando è capitato sulla mia strada la prima volta un’attribuzione ce l’avesse perché mi ricordo distintamente che cercai informazioni anche sul pittore. Ma tutto questo non ha molta importanza.

Quello che mi stupisce e mi meraviglia è l’apparente casualità con cui certi incontri avvengono. Poco importa se si tratta di quadri, musica o persone. Ci sono incontri che sembrano destinati ad avvenire. Ci sono immagini che non si fanno dimenticare. Cose che restano.

Adoro tutto di questa tela. Amo l’ingenuità e la sfrontatezza di questo nudo, il contrasto tra le forme piene e sensuali e lo sguardo quasi da bambina, gli occhi vivi e le labbra dischiuse. Amo i colori di terra che caratterizzano il dipinto e la luce calda che avvolge tutta la scena. Amo la resa materica della pelle della ragazza e quella della pelliccia su cui è adagiata. Amo le linee svelte con cui è tratteggiato il nudo e l’indefinitezza dello sfondo.

Sì, mi capita spesso d’innamorarmi un po’ di tutto…

Il timido sorriso di Elisabetta


Be daring, be different, be impractical, be anything that will assert integrity of purpose and imaginative vision against the play-it-safers, the creatures of the commonplace, the slaves of the ordinary.

Sir Cecil Beaton

Capita che vedi un’immagine e ti colpisce in maniera quasi inesprimibile. Tra milioni di altre immagini simili spicca per un particolare. In pratica te ne innamori. E non puoi fare a meno di guardarla e riguardarla perché è come una calamita per il tuo sguardo. Non succede spesso ma quando succede è un’esperienza meravigliosa. Mi è successo recentemente con questa fotografia:

Elisabetta II fotografata da Cecil Beaton

Mi ha colpita quel sorriso timido, illuminato da una luce palpabile, l’atteggiamento umile e lo sguardo limpido. Mi ha colpita che fosse il ritratto fotografico di una regina. Mi ha colpita identificarla, infine, come Elisabetta II, abituata come sono a vederla anziana e fiera.

Mi ha fatto venire in mente, ancora una volta, che non c’è niente di oggettivo nella fotografia. Spesso caschiamo nell’errore di considerare la fotografia una rappresentazione della realtà per quella che è ma non è affatto così. Recentemente mi è capitato di fare una riflessione simile in merito ad un’altra fotografia e, allora come adesso, sono arrivata alla conclusione che è assolutamente vera la considerazione di Goethe per cui la bellezza è negli occhi di chi guarda. La sensibilità di chi sta dietro l’obiettivo è fondamentale. Ogni sguardo è unico e, proprio per questo, nessuna fotografia, anche se ritrae lo stesso personaggio, sarà mai uguale ad un’altra se i fotografi sono diversi.

Partendo da questo ritratto di Elisabetta II sono andata a spulciarmi altre foto di Cecil Beaton per arrivare a scoprire che da ognuna di quelle immagini emerge una sensibilità raffinata e profondissima. Di Cecil Beaton non sapevo proprio nulla fino a pochi giorni fa. E così, a partire dal post all’interno del quale mi ha catturato lo sguardo timido di Elisabetta mi sono messa ad approfondire.

Beaton (1904-1980) è stato, oltre che fotografo, diarista, costumista, interior design e pittore. Non mi interessa mai più di tanto la biografia di un personaggio quanto, piuttosto, conoscerlo attraverso la sua opera che, poi, è quello che ci rimane, la sua eredità. Di Beaton vale la pena segnalare solo un paio di cose (gli approfondimenti biografici li potete trovare all’interno dell’articolo linkato). Ha lavorato a lungo nel campo della moda, fotografando per Vogue e Vanity Fair. Inoltre ha disegnato i costumi per la rappresentazione teatrale di My Fair Lady, opera che personalmente adoro, e per la successiva trasposizione cinematografica con cui ha vinto un meritatissimo Oscar (il costume di Audrey Hepburn alle corse dei cavalli ha il potere di farmi rimanere a bocca aperta ogni volta che guardo il film per quanto è perfetto). Da segnalare sono anche i numerosi ritratti fotografici realizzati per la famiglia reale inglese di cui è stato ritrattista ufficiale. Infine non va dimenticato il lavoro come scenografo e costumista per la rappresentazione della Turandot di Puccini al Metropolitan di New York del 1963.

Al di là delle mille parole che si potrebbero usare per descrivere il suo talento credo che molto più significativo sia, sempre e comunque, lasciar parlare le immagini. Per cui ecco alcune delle sue fotografie che, in assoluto, mi piacciono di più. Perché sono immagini che hanno qualcosa da dire, non restano mute ma parlano a chi le osserva, raccontano una storia che avresti voglia di scoprire ancora un pezzettino di più.

Marlon Brando nel 1946 fotografato da Cecil Beaton

Marilyn Monroe fotografata da Cecil Beaton

Francis Bacon fotografato da Cecil Beaton

Mick Jagger fotografato da Cecil Beaton

Elizabeth Taylor fotografata da Cecil Beaton

Maria Callas nel 1957 fotografata da Cecil Beaton

Elisabetta II con il principe Andrea nel 1960 fotografata da Cecil Beaton

Questo ultimo bellissimo ritratto di Elisabetta non può non far pensare ad una delle tante immagini della Madonna con il Bambino che affollano la nostra storia dell’arte. Nella semplicità e nell’essenzialità di questa immagine Beaton è riuscito a rendere immortale la sovrana assimilandola all’icona della Vergine. Indubbia potenza di uno sguardo.

Tempo di bilanci

Chissà perché mi ero convinta da sola di aver cominciato il blog alla fine di agosto mentre mi accorgo adesso che il primo post reca la data del 9 agosto 2011. Poco male. Per quanto sia fissata con compleanni e quant’altro quello del blog lo considero superfluo sebbene in molti lo festeggino. Però mi interessa da un altro punto di vista. Mi interessa, a poco più di un anno di distanza, capire se i motivi per cui decisi di imbarcarmi in quest’avventura sono ancora gli stessi adesso e, nel caso in cui non lo siano più, come e perché sono cambiati.

Il motivo per cui ho messo mano a questo progetto (e questo lo sanno anche i muri…) era quello di condividere con altri la lettura dell’opera omnia di Stephen King in modo da avere un riscontro ed uno stimolo per portare avanti la cosa. In realtà, al di là di questa dichiarazione d’intenti, e anche se non si dovrebbe dire, a molto è valso anche il fatto di avere davvero pochissimo da fare al lavoro in quel periodo per cui era anche un modo per tenermi occupate le ore passate in ufficio (e molte di quelle passate a casa in effetti, vista la mole del lavoro di ricerca che ha accompagnato i primi mesi dell’impresa…).

Di solito capita così (ed è il bello della vita!): cerchi qualcosa e trovi qualcos’altro. Ed ho trovato davvero un sacco di cose da un anno a questa parte. Più che altro un sacco di persone che ho già avuto occasione di ringraziare e che mi hanno veramente spinto a condividere sempre più in queste pagine virtuali. Ma ho trovato anche un sacco di stimoli a fare di più e a fare meglio sia per quanto riguarda gli argomenti principali del blog ma anche tutti quelli collaterali che, alla fine, sono principalmente le mie passioni. Ho sempre sostenuto che il confronto con gli altri, la pluralità di idee e punti di vista, lo scambio di opinioni siano alla base della crescita di ogni individuo e, per me in particolare, sono un vero e proprio bisogno, una necessità. Quando ho cominciato l’avventura del blog non nego che speravo di trovare lettori (altrimenti mi sarei limitata a scrivere un diario) ma non credevo che sarei riuscita ad instaurare un dialogo aperto che da queste pagine si è poi ampliato e trasferito in altri luoghi più o meno virtuali (Twitter, Pinterest, altri blog etc…).

Insomma, ad un anno di distanza mi viene da chiedermi perché non ci ho pensato prima di aprire un blog ma poi penso anche che ogni cosa ha il suo momento e che c’è un momento per ogni cosa. Penso che le cose capitino quando è il momento giusto per capirle ed apprezzarle e credo che anche in questo caso sia così. Ed essere ancora qui a scrivere ad un anno di distanza, pur con gli inevitabili rallentamenti, i momenti di silenzio, la disorganizzazione totalmente anarchica di questo spazio è la cosa che mi rende più orgogliosa.

E adesso, a maggior ragione, sono curiosa di vedere cosa mi riserverà il futuro e se a distanza di un altro anno sarò ancora qui, su queste pagine, a parlarne :-) E c’è un altra cosa di cui sono curiosa. Ed è capire quali sono stati di vostri di motivi per aprire un blog. Come è che un bel giorno avete deciso di mettere on line i vostri pensieri, le vostre opinioni, i vostri scritti, le vostre riflessioni? Perché penso che ognuno abbia i suoi motivi e che per nessuno di noi siano gli stessi. Ma, soprattutto, mi piacerebbe sapere se avete trovato anche altro che non vi aspettavate di trovare proprio come è capitato a me. E so che la fine di agosto non è proprio il momento migliore per porre domande del genere vista l’assenza dei più da spazi virtuali e reali ma tanto se non vado controcorrente non sono contenta, si sa…

4. Centro urbano di San Donato

Dopo non so più neppure quanto tempo vorrei riprendere un attimo il controllo del blog ritornando alle due imprese per le quali sarebbe nato. Ogni tanto mi impongo un po’ di ordine nel caos che, di solito, riesco a generare così, senza neppure rendermene conto ;-)

E siccome con l’impresa 1 sono ferma al palo avendo abbandonato (diciamo sospeso va’… è un po’ più rassicurante) la lettura de L’ombra dello scorpione sul più bello (e, del resto, adesso che mi sono immersa del caro vecchio Hugo non posso certo tornare indietro!) credo che non mi resti altro che buttarmi sull’impresa 2.

Era da un po’ di tempo, in effetti, che avrei voluto parlare del nuovo centro urbano di San Donato, sorto recentemente proprio vicino a dove abito e che si prospetta (o, almeno, così è pubblicizzato) come il nuovo centro della città. Mi tratteneva solo il fatto che ancora il progetto non è stato completato e che, per come è strutturato ad oggi, non è facile intuire quale sarà l’impatto finale che avrà sul quartiere e sulla città. Ma ormai, con l’apertura del centro commerciale, è diventato una realtà già molto frequentata dai fiorentini e un’idea della percezione che se ne può avere, tutto sommato, me la sono fatta.

Come sempre parto da un po’ di dati ed informazioni che ho raccolto principalmente in rete.

Il progetto del nuovo centro urbano risale al 2000 e si pone come ambiziosa riqualificazione di un’enorme area dismessa precedentemente occupata dallo stabilimento della Fiat realizzato negli anni Trenta dello scorso secolo (di questo rimane un unico edificio affacciato su via di Novoli che sarà recuperato in un’ottica di archeologia industriale). Come dicevo l’area era abbandonata da tempo ed è rientrata in un progetto di riqualificazione delle aree urbane ad opera del Comune di Firenze. Il progetto si pone da subito come ambizioso comprendendo al suo interno un nuovo polo universitario (vi verrà spostata la Facoltà di Scienze Sociali), il nuovo Palazzo di Giustizia, un parco urbano, un centro commerciale e numerosi edifici abitativi e commerciali.

La realizzazione degli edifici viene affidata a più architetti con idee e stili diversi in modo da ottenere un’area variegata nella quale confluiranno varie tendenze dell’architettura contemporanea. L’unica eccezione all’interno del progetto è costituita dal Palazzo di Giustizia, edificato secondo un disegno risalente addirittura agli anni Settanta del Novecento ad opera dell’architetto Leonardo Ricci. E su questo punto vorrei aprire una piccola parentesi. L’edificio può piacere o meno (lo dico chiaramente: a me non piace) ma trovo assurdo, in ogni caso, che si vada a ripescare un progetto vecchio di trent’anni per quanto potesse essere futuristico all’epoca. Nel frattempo una nuova estetica e nuovi principi hanno interessato lo sviluppo dell’architettura italiana ed internazionale e riprendere un progetto così datato significa semplicemente ignorarli, deliberatamente. In Italia abbiamo alcuni dei migliori architetti del mondo ma se ci soffermiamo a pensarci ci rendiamo conto che i loro progetti migliori si realizzano tutti al di fuori dai confini nazionali. Non voglio partire con la solita lamentatio ma penso che l’essere una nazione così ricca di storia e arte troppo spesso ci impedisca di progredire in tutti i sensi.

Per tornare al progetto di San Donato e alle architetture che lo connaturano vale la pena segnalare alcuni dei nomi principali impegnati nella realizzazione degli edifici. I nomi italiani più importanti sono quelli di Aimaro Isola e Adolfo Natalini, oltre al già citato Ricci. A Natalini si deve la realizzazione degli edifici del Polo Universitario caratterizzati da una spiccata geometria e dall’alternanza nell’utilizzo di materiali diversi, per caratteristiche e per colore. Allo studio Aimaro Isola, invece, si devono le strutture residenziali realizzate fino a questo momento. Tali edifici sono caratterizzati da un’omogeneità di fondo dovuta essenzialmente alle scelte cromatiche (la presenza di elementi verde acqua alternati alle superfici crema e ai mattoni a vista) pur distinguendosi tra loro per altezza, forma e dimensioni. Altra caratteristica comune è la presenza di logge e terrazze che insieme a delle torrette terminali sono presenti in tutte le strutture. Sempre allo studio Aimaro Isola si deve la realizzazione del centro commerciale, imponente struttura ellittica con cortile centrale di cui avrò modo di parlare ampiamente nel post dedicato alla visita (ma anticipo che è proprio questo l’edificio che costituisce la pietra della discordia tra due modi opposti di concepire l’architettura e che, secondo me, mette bene in evidenza le caratteristiche di arretratezza tipiche del nostro sguardo su ogni cosa che si pone come elemento di rottura con il passato).

Altri architetti internazionali si affiancheranno nei prossimi anni a quelli appena citati realizzando gli edifici che completeranno la lottizzazione dell’area al di là del parco di San Donato, nella zona contigua al nuovo Palazzo di Giustizia. Zaha Hadid realizzerà un edificio residenziale che si affaccerà sul parco e affiancherà quello progettato da Odile Decq. All’estremità più lontana da via di Novoli sorgerà l’edificio progettato dall’architetto spagnolo Carme Pinos.

Come punto centrale di tutto il progetto si pone il parco di San Donato, un vasto polmone verde che si sviluppa in una delle zone più urbanizzate della città. Il parco è concepito come luogo di svago con diversi viali in cui passeggiare alternati a laghi e cascate artificiali.

E’ necessario citare, infine, anche il nuovo Centro Direzionale della Cassa di Risparmio di Firenze adiacente al Palazzo di Giustizia, realizzato su progetto di Giorgio Grassi e concepito in maniera da non creare una rottura con le caratteristiche architettoniche della città rinascimentale ma riprendendo in chiave contemporanea alcuni dei principi costruttivi di Leon Battista Alberti, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo orizzontale dell’edificio e la scelta dei materiali impiegati.

Visite al nuovo centro urbano ne ho fatte già molte ma ho intenzione di tornare e fotografare per poter documentare in maniera più puntuale quello che è il più ambizioso progetto architettonico concepito a Firenze da decenni e destinato a cambiare il volto della città. Inoltre mi preme soffermarmi proprio sul discorso della rottura con il passato e della ricerca di una nuova dimensione architettonica che, a mio parere, non può che essere positiva.

Beh… dunque… quando si riceve un premio bisognerebbe fare un discorso ma in questi giorni non ho grande lucidità per metterne in piedi uno per cui, mi perdonerete, se, come al solito, farò un po’ le cose a modo mio ;-)

Ecco, ho ricevuto un premio. Il premio Blogger Affidabile che mi pare una cosa enorme e mi viene già il dubbio che Sonja non fosse molto lucida quando me l’ha elargito. In ogni caso gliene sono grata anche perché questa cosa mi dà l’occasione di ringraziare un po’ di gente e capirete perché. In cosa consiste questo riconoscimento? Nel rispettare 5 semplici regole che pare siano fondamentali per considerare un blog come affidabile.

  1. È aggiornato regolarmente. Ecco… e qui già casca l’asino. Perché è vero che il blog l’ho aggiornato regolarmente per un po’ di tempo ma poi, come dire, mi sono un po’ persa. Colpa del poco tempo ma, soprattutto, della mia incostanza. Diciamo che cercherò di rimediare e di tornare ad una parvenza di regolarità, ok?
  2. Mostra la passione autentica del blogger per l’argomento di cui scrive. Su questo direi che non ci sono dubbi, a costo di peccare di presunzione ;-) Il problema, semmai, è l’opposto: troppa passione x troppe cose = grande confusione! Sì, semmai è quello il problema. Ma mi impegno a continuare con ancora maggior passione (e conseguente casino totale!).
  3. Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori. E questo è il punto che mi ha dato e mi dà più soddisfazione di tutti. Sarà che ho il pallino dei rapporti. Sarà che mi piace il dialogo in tutte le sue forme. Sarà che mi piace conoscere le persone. In ogni caso mi fa immensamente piacere vedere che chi passa di qui, di solito, lo fa per restare. È la cosa più bella di questa esperienza.
  4. Offre contenuti ed informazioni utili ed originali. Sull’utilità non dico nulla ma sull’originalità non ho dubbi dato che è quasi tutta farina del mio sacco derivata, principalmente, dal mio modo di sentire e vivere certe cose e certe esperienze, che si parli di arte, letteratura, cinema, musica o vita vissuta ;-)
  5. Non è infarcito di troppa pubblicità. Questa è facile perché direi che non ce n’è per niente di pubblicità. D’altra parte mica è un lavoro, no? Magari se mi pagassero potrei anche garantire una regolarità svizzera dei contenuti ;-)

Il premio prevede anche che spieghi quando e perché ho aperto il blog. Il quando è facile perché tra poco è un anno e gli anniversari, di solito, mi rimangono abbastanza impressi. Il perché è un po’ più complicato dato che è partito in un modo e ha finito per andare un po’ allo scatafascio! Il motivo fondamentale è stato la decisione di buttarmi nell’impresa 1, complice l’estate ancora da vivere e quasi niente da fare in ufficio. Poi sono arrivate l’impresa 2 e un mucchio di cose nel mezzo spuntate come funghi ad annacquare un po’ il tutto… Ma tanto non mi metto neppure a far finta che non sia normale per me questa incoerenza ;-)

Infine il premio prevede di nominare altri 5 blogger che rispettino le caratteristiche sopra elencate e che, a mio parere, meritino il riconoscimento. E, quindi, ecco i miei meritevoli vincitori (assolutamente in ordine casuale!):

  1. Silver Arrow. Perché il suo blog trasuda tutta la sua passione per musica, Moto Gp, fisica e tutto ciò che stimola la sua curiosità e scatena la sua fantasia.
  2. Suibhne. Perché i suoi post sono sempre lievi ed arguti e raccontano di vita vissuta in maniera personale ed intelligente.
  3. Lucia. Perché il suo blog è un punto di riferimento irrinunciabile per tutti gli appassionati di horror. Senza nessun pregiudizio e con estrema passione.
  4. Ralph Magpie. Perché le sue elucubrazioni a 360° gradi sono entusiasmanti ed appassionanti. Sempre e comunque.
  5. Viga1976 (o babordo76 o Davide o comunque lo vogliate chiamare! Tanto è sempre lui. Sempre riconoscibilissimo). Basta dire che molti suoi post si intitolano Atto d’amore! Mi sembra estremamente indicativo. E anche perché è genuinamente incazzato. Anzi, SOPRATTUTTO perché è genuinamente incazzato ;-)

Premio meritatissimo per tutti e 5 quindi! Ma non finisce qui. Nel senso che voglio fare una piccola postilla ed approfittarne per ringraziare un po’ di persone semplicemente per il piacere di averle potute incontrare. Perché, effettivamente, tutto è partito da questo blog e, quindi, mi sembra doveroso inserire qui questo ringraziamento. Sono tutte persone che, in un modo o nell’altro, frequentano la blogsfera e che rappresentano gli incontri più significativi e belli che ho fatto in questo spazio che, per quanto mi riguarda, di virtuale ha solo il nome ;-) Li elenco in ordine esclusivamente alfabetico per non fare torto a nessuno:

  • Frannie: grazie perché ha una passione immensa per lo zio Stevie e ama condividerla e confrontarsi
  • Kelvin: grazie per tante cose ma anche per la sua passione e competenza cinematografica. E per lo stupore nello scoprire di essere d’accordo per un medesimo giudizio su certi film ultimamente ;-)
  • Lady Lindy: grazie per il suo candore, per la sua cultura e per la sua ironia. Ma, soprattutto, per le comuni passioni letterarie (altrimenti Rochester non glielo avrei mai concesso! Non che Levin sia un ripiego, intendiamoci…)
  • Laragazzaconlavaligia: grazie per l’entusiasmo e il coinvolgimento in ogni cosa che fa :-)
  • Lilith: grazie per tutti i punti in comune: la passione per i gatti, la livornesità, l’amore per lo zio Stevie e per la voglia di dialogare
  • Lois: grazie per Parigi e l’arte ma, soprattutto, per l’immensa sensibilità
  • Lucia: grazie per aver condiviso i nodi da sciogliere. E per River. E per Alice. Ma, soprattutto, per Clarissa
  • Man from Mars: grazie per l’ironia e per l’inossidabile sostegno ;-)
  • Qwertyminus: grazie per l’assenza ( ;-) )e gli alti e i bassi. Grazie per il darmi ascolto ogni volta che lo sostengo.
  • Ralph Magpie: grazie per l’estrema intelligenza, per l’elegante ironia, per la passione dilagante e per la presenza sempre significativa
  • Silver Arrow: grazie per la leggerezza e la simpatia. Ma anche per avermi spacciato un po’ di serie francamente cult!
  • Sipronunciaaigor: grazie… no, via, qui rischierei di iniziare una lista che non potrei chiudere. Comunque c’è una lista. Fate finta che ci sia una lista.
  • Sonja: grazie per aver condiviso un sacco di cose, anche personali, anche difficili. Ma grazie soprattutto per il bacio alla nonnina! Io l’adoro la nonnina :-)
  • Suibhne: grazie perché a Parigi ci sta lui quando vorrei starci io. Perché un po’ lo invidio ma almeno mi risparmia i 15° a luglio! A parte gli scherzi grazie per il più bel complimento che mi sia mai stato fatto ;-)
  • Viga1976: grazie per l’incazzatura, a costo di ripetermi. So che sembra una presa in giro ma è una cosa molto seria. Perché fa capire che ci sono ancora cose per cui vale la pena lottare e ci sono persone che hanno ancora voglia di farlo!

Livornesità

Difficile cogliere veramente il carattere di un luogo. Eppure ci sono luoghi che possiedono un grande carattere. Lo puoi cogliere solo se ci vivi dentro, se ci stai immerso per un po’ di tempo.

Se poi ci sei nato di quel carattere ti accorgi bene quando ti allontani. È strano ma a volte può fare molto di più la distanza che la vicinanza. Quando senti dentro di te un vuoto che non capisci da cosa è lasciato probabilmente ti stai consapevolizzando di qualcosa che rivestiva un’importanza fondamentale senza che tu te ne accorgessi. Io ho capito molto di più il carattere della mia terra d’origine da quando sto a Firenze di quanto lo capissi abitando nella provincia livornese. Perché riesco molto meglio a cogliere le differenze. È una consapevolezza per sottrazione.

Nessuno come Virzì è riuscito a rappresentare la livornesità. Nei suoi film c’è tutto il sapore della sua terra, l’amore ma, soprattutto, l’odio. Ma il capolavoro, in tal senso, è L’uomo che aveva picchiato la testa, il documentario da lui diretto nel 2009 che, con la scusa di parlare di Bobo Rondelli, parla, in realtà, della sua città. Ed è chiarissimo: Virzì la sua città la odia. E ti fa capire che chiunque sano di mente non può fare altro che odiarla. Ma quanto amore in questo odio! È un po’ come quando, in certi periodi della vita, si odiano i genitori. Si prova a dare la colpa a qualcun altro dei propri fallimenti. Per mettersi il cuore in pace e non prendersi le proprie responsabilità. Ma perché odiare Livorno? Per dirla con Vinicio Capossela:

perché Livorno dà gloria 
soltanto all’esilio 
e ai morti la celebrità 

Che poi è un po’ quello che dice anche Virzì. Livorno è ingrata. È una città che non ti offre nulla ma che ti imprigiona, ti impedisce di vivere, ti lascia invischiato in lei e non ti permette di esprimerti. C’è bisogno di andare, di partire, per cogliere lo struggimento che questa città ti trasmette. Non per niente i grandi personaggi legati a Livorno sono spesso pieni di livore ed assolutamente malinconici. Penso allo stesso Rondelli, cantautore irriverente capace di grande malinconia, a Modigliani (a cui mi ha fatto pensare lois), pittore di sguardi assenti, a Piero Ciampi, altro cantautore arrabbiato e profondamente triste.

Ma la Livorno che preferisco è un’altra. La Livorno che preferisco è quella splendidamente descritta da Giorgio Caproni, poeta che, personalmente, adoro. La Livorno di Caproni è luminosa, carica di quella malinconia dolce dei ricordi, è piena di vita e di giovinezza, profuma di mare. Caproni associa alla sua città soprattutto la figura della madre Anna che si figura da giovane, ancora prima che lui nascesse. Il poeta parla della madre come parlerebbe della donna amata e questa sua passione è commovente. Ho già citato una sua poesia che è quella che meglio descrive le sensazioni di cui parlavo. Ma ne riporto anche un’altra, più breve, altrettanto bella.

Sono donne che sanno
così bene il mare

che all’arietta che fanno
a te accanto al passare

senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele

e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

Le rime semplici e quasi infantili di Caproni si adattano perfettamente alla leggerezza della giovinezza che il poeta descrive con estrema passione. L’ideale sarebbe leggere i Versi livornesi camminando per le strade della città per assaporare veramente queste poesie e coglierne la profondità. E, magari, nel frattempo, ascoltando la più bella canzone scritta su questa città che è, senza ombra di dubbio, Madame Sitrì di Bobo Rondelli (sì, lo so che l’ho già citata nel meme ma, magari, a qualcuno era sfuggita ;-) ).

E voi? Quale è il carattere delle vostre città? Chi è che meglio lo ha rappresentato (in arte, musica, sport, cinema e tutto ciò che vi viene in mente!)? Potrebbe venirne fuori un bello scambio ;-)

N.d.A. Pregasi i napoletani di trovare spunti più originali di Pino Daniele, Renato Carosone, Totò, Toni Servillo e simili! Ché voi ne avete così tanti di personaggi illustri che solo per elencarli tutti non basterebbe un post! (ma non ho dubbi sulla vostra originalità ;-) )

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