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Eh lo so che i confronti non si dovrebbero mai fare. Ma questo ce l’ho in testa da quando ho saputo che i Taviani avevano vinto l’Orso d’oro a Berlino. Per cui perdonatemi ed abbiate pazienza.

Sono finalmente riuscita a vedere Cesare deve morire. Dico finalmente perché -lo devo ammettere- l’ho un po’ voluto evitare. Fin da quando ho saputo del film e di cosa parlava sono stata critica nei confronti dei Taviani. Perché da subito ho pensato che la pellicola fosse una scopiazzatura del bellissimo e sottovalutatissimo film di Ferrario. In fondo il tema delle due pellicole è davvero molto simile. Entrambi sono ambientati in un carcere (Rebibbia per i Taviani e quello di Torino per Ferrario). Entrambi utilizzano veri detenuti come attori principali (praticamente tutti in quello dei Taviani che si pone più sul filone del documentario mentre la pellicola di Ferrario vanta anche molte presenze di attori professionisti). Entrambi adottano l’escamotage della rappresentazione teatrale per porre l’accento sulla condizione carceraria e sul fondamentale concetto di libertà. Ma, per fortuna, le somiglianze finiscono qui.

Tutta colpa di Giuda è un riuscitissimo connubio tra musical e teatro in cui la messa in scena ha una sua importanza centrale e dove la rappresentazione teatrale della Passione di Cristo riveste un ruolo cardine ma non unico nella sceneggiatura. È un film che racconta sostanzialmente l’evoluzione e la presa di coscienza di un personaggio (la convincente Kasia Smutniak) che, attraverso l’esperienza consumata in carcere, cresce e matura fino ad operare delle scelte che influenzeranno anche la sua vita. Tale evoluzione è sottolineata e scandita dall’allestimento della rappresentazione teatrale che cambia e si trasforma in base all’approfondimento che la giovane regista fa sui testi sacri e alle riflessioni parallele sulla vita carceraria dei suoi attori improvvisati. Tutto diventa simbolo nel film di Ferrario e l’integrazione con le canzoni che scandiscono sia l’allestimento dello spettacolo che la vita dei suoi protagonisti è perfetta in questo contesto. Il Giuda a cui fa riferimento il titolo è sì il personaggio evangelico che con il suo bacio ha tradito Gesù ma è anche un simbolo ben preciso. Giuda è l’infame, il traditore, quello che preferisce nascondersi nell’ombra e tradire piuttosto che affrontare il suo avversario a viso aperto. Quella di Giuda finisce per essere la parte che nessuno dei detenuti vuole recitare. E se pare impensabile rappresentare la Passione senza Giuda l’eliminazione del concetto di colpa sostituito da quello di redenzione costituisce, in realtà, la svolta del film e del percorso umano della sua protagonista.

Nel film dei Taviani siamo su tutto un altro piano. La componente principale della pellicola è quella del metacinema in cui i personaggi recitano contemporaneamente sia la loro parte nella tragedia rappresentata che la parte di se stessi. Non c’è passaggio, non c’è cesura in Cesare deve morire. I protagonisti passano dalla recitazione dell’opera di Shakespeare a quella della loro vita vera senza soluzione di continuità, tanto da lasciare il dubbio allo spettatore se le battute pronunciate sullo schermo facciano parte della finzione o della realtà. E il messaggio che ne viene fuori è che, in fondo, questo non ha molta importanza. Perché ci sono opere eterne che parlano della vita, di passioni sempre attuali pur facendolo con un linguaggio aulico (bellissima la scelta dei registi di far pronunciare le battute agli attori ognuno nel proprio dialetto, scelta che contribuisce a confondere il piano della rappresentazione con quello della realtà).

Ma la vera rivoluzione di Cesare deve morire, quella che fa gridare al capolavoro è un’altra. I Taviani fanno cinema. Anzi Cinema (la maiuscola è d’obbligo!). Il linguaggio da loro adottato è prettamente e prepotentemente cinematografico. La scelta delle inquadrature, delle scenografie in cui sono girate le varie scene, l’alternarsi di colore e bianco e nero sono tutti elementi che fanno parte dello specifico filmico e nulla hanno a che fare con il teatro. Lo sguardo con cui i due registi osservano i propri attori improvvisati è quello  precipuo della settima arte, non v’è dubbio alcuno. Il teatro, il metalinguaggio, la rappresentazione di una tragedia universale sono tutte scuse per fare cinema. Niente viene detto né spiegato nella pellicola dei Taviani. Lo spettatore rischia più volte di confondere i piani e di interpretare in maniera errata i personaggi. Ma nessuno potrà esimersi dalla consapevolezza di stare assistendo ad un’opera cinematografica. E questa scelta -scusate- ma è davvero da standing ovation.

Celebrare il 1 maggio

Non c’è libertà senza sicurezza economica. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.

F. Roosvelt

Stamani ho letto questa frase su Twitter e mi sono messa a pensare al significato di questo giorno che, troppo spesso, consideriamo solo utile per farci un ponte al mare o fuori città (ma non oggi ché tanto piove ;-) ).

Sono sempre rimasta molto colpita dalle parole con cui inizia la nostra Costituzione:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ecco. In questa frase per me c’è già tutto. In questa frase, per me, c’è il profondo senso di una Nazione che mi ostino a voler chiamare Patria per quanto questa parola possa essere invisa o sembrare retorica. In questa frase c’è il senso del perché, nonostante in più occasioni sia stata tentata, non ho mai voluto lasciare questo Paese al quale sono inevitabilmente legata da un sentimento di amore e odio. Odio perché non posso fare a meno di vedere quanto riusciamo a rovinare un luogo meraviglioso come questa penisola. Un luogo fatto di bellezze artistiche e paesaggistiche immense ma di cui non ci accorgiamo neppure. Un luogo fatto di persone geniali, appassionate, folli capaci di slanci incredibili come in pochi altri luoghi al mondo se ne trovano. Odio proprio il fatto che riusciamo a farci abbindolare da chi fa promesse vuote senza renderci conto di cosa c’è in gioco. Odio il fatto che siamo un popolo pronto a disconoscere chi ci sta accanto ed a sopraffarlo non appena ne abbiamo l’occasione. Odio il fatto che tanti di noi pensano che se c’è una scorciatoia tanto vale prenderla senza chiedersi se questo possa nuocere a qualcuno. Odio il fatto che siamo un popolo che non rispetta le file! In questo, per me, c’è già tutto. Ecco, se dovessi dare una rappresentazione visiva del popolo italiano prenderei una fila a caso di qualsiasi supermercato. Neppure alla Posta o alla biglietteria della stazione ché quelle sono cose importanti perché magari ti parte il treno o ti scade una bolletta! No, proprio quella al supermercato perché quello è proprio il luogo che rappresenta il superfluo, il consumismo (non ne faccio un discorso morale in quanto io adoro i supermercati! ma solo un discorso di associazione di idee, simbolico).

Se mi soffermo a guardare quella fila disordinata alla cassa del supermercato mi piglia male, ve lo assicuro. Mi chiedo come la gente possa mettere da parte così la propria umanità… per cosa poi? Stessa cosa in macchina, intendiamoci. Nel traffico della città si vedono le peggiori manifestazioni della natura umana! Vogliamo parlare di quelli che suonano ai semafori se non scatti all’istante al verde? O quelli che ti stanno dietro ad un millimetro di distanza solo perché secondo loro vai piano (ignorando, naturalmente, il limite di velocità scritto a lettere cubitali lungo la strada!) e cercano l’occasione migliore per superarti?

Tutte queste manifestazioni di inciviltà sono terribili, me ne rendo conto. E credo anche che, per certi versi, siano connaturate in ognuno di noi. Ma io vedo anche molto altro. Io vedo un sacco di gente onesta che si sacrifica ogni giorno per fare il suo dovere. Vedo gente che crede in quello che fa e che ha il coraggio di portare avanti le sue scelte e la sua vita con dignità. Spesso nell’ombra e nell’anonimato ma ce n’è tanta di questa gente. E anche questi sono italiani. I migliori.

Il 1 maggio, dicevamo. Il fatto che si festeggi il lavoro, secondo me, è commovente. Perché per me lavorare significa compiere il proprio dovere ma, ancora di più, essere parte costituente di un ingranaggio che produce qualcosa. Essere una parte di un insieme. Ecco cosa significa lavorare. Perché nessuno lavora da solo o semplicemente per se stesso. Lavorare è un’attività collettiva, anche se fatta tra le quattro mura di un ufficio, da soli, ad una scrivania. Lavorare è un modo per mandare avanti e costruire la nostra società. Ed è per quello che mi indigno tanto quando sento parlare di lavori di serie A e lavori di serie B (penso che lo avrete letto tutti ma se non lo avete fatto e vi volete schifare leggete questo). Ogni lavoro ha pari dignità se chi lo svolge lo fa in maniera coscienziosa e consapevole. E ogni lavoratore deve essere allo stesso modo rispettato nell’esercizio del suo dovere. Dall’ambulante che cerca di venderti i libri africani fuori dalla libreria (!) all’operatore di call center che ti vuol proporre l’ennesima tariffa per risparmiare sul cellulare. Anche se è difficile. Anche se scappa la pazienza. Vi immaginate trovarsi ogni giorno persone che ci insultano solo perché stiamo facendo ciò che il nostro lavoro ci impone di fare?

Parlavamo di dignità. E questa è la parola chiave, secondo me. Secoli di lotte hanno portato a cambiare le condizioni del lavoro e ad acquisire certi diritti che, per anni, abbiamo dati per scontati. Penso al famoso posto fisso (quello monotono, secondo quanto affermato da Monti, per intenderci…) al fatto di veder riconosciute ferie e malattie come un diritto, il fatto di avere uno stipendio garantito che ti permetta di arrivare a fine mese e, magari, anche di spendere qualcuno dei soldi guadagnati per acquistare qualcosa di superfluo o concederti una vacanza in modo da far circolare denaro e produrre così una ricchezza per il Paese.

Ed ecco la domanda chiave: possiamo dire ancora oggi che questi sono diritti acquisiti? Purtroppo, a questa domanda, io mi trovo costretta a rispondere no. Sono io che vedo la situazione più nera di come è in realtà? Possibile. In questo caso sarò felicissima di essere smentita dai vostri commenti. Ma non credo. Credo che le conquiste di un tempo, quelle per cui hanno lottato i nostri padri e i nostri nonni si stiano perdendo. Credo che il mondo in cui viviamo noi e in cui vivranno i nostri figli sia un po’ più brutto di quello che hanno lasciato in eredità a noi. E, sicuramente, è un po’ anche colpa nostra. Sicuramente noi non abbiamo voluto o saputo lottare nel modo giusto per perpetuare certi diritti che, per troppo tempo, sono stati considerati inalienabili. Forse ci è parso poco importante. O forse l’ottimismo delle conquiste dei nostri padri ci ha pervaso nel modo sbagliato. Ci ha fatti adagiare. Ci ha fatto considerare dovuto ciò che andava conquistato ogni giorno. Quello che vedo intorno a me è che non siamo più capaci di un pensiero collettivo. Non riusciamo più a valutare un bene comune ma tendiamo a ripiegarci su noi stessi, tendiamo a coltivare ognuno il proprio orto senza pensare che se diamo una mano al nostro vicino ad arare il suo, magari, ne guadagneremo anche noi. Forse è il bene comune ciò in cui non crediamo più. E, idealmente, il 1 maggio dovrebbe servire a ricordare che non è sempre stato così.

Di libri. E di me.

Come Gre che mi ha preceduta e come anticipato nei commenti a questo post di Lady Lindy mi cimento volentieri in questo meme libresco che sta facendo il giro della blogsfera. Si tratta di descriversi attraverso i libri che ci piacciono e che abbiamo letto in 30 punti. Cercherò di non essere banale e non girare ossessivamente su una manciata di titoli ma di variare, se mi riesce ;-)

Andiamo a cominciare.

1. Il tuo libro preferito

In assoluto mi riesce sempre difficile dirlo. Ma sicuramente il primo libro che mi viene in mente, se ci penso, è Jane Eyre di Charlotte Bronte.

2. La tua citazione preferita

È’ un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Anna Frank

3. Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto

Probabilmente Levin di Anna Karenina di Tolstoj. Adoro quell’uomo!

4. Il libro più brutto che tu abbia mai letto

Come per il più bello mi riesce molto difficile dirlo. Se per brutto si intende scritto in uno stile che non mi piace ne ho tantissimi, da Il codice Da Vinci di Dan Brown (lo definirei di stile ricattatorio) a Tu mio di Erri De Luca. Ma se per brutto si intende quello che mi ha fatto stare male per l’argomento trattato e per il modo in cui lo tratta non ho dubbi: Lettera ad un bambino mai nato di Oriana Fallaci.

5. Il libro più lungo che tu abbia mai letto

Non ho fatto un confronto di pagine ma credo proprio che sia It di Stephen King (1328 pagine). Ma adoro i romanzi lunghi quindi potrebbero essercene molti altri che lo eguagliano per numero di pagine ;-)

6. Il libro più corto che tu abbia mai letto

La morte della Pizia di Durrenmat (68 pagine), se si escludono i numerosi libri per bambini che, spesso, sono tipo di 10 pagine!.

7. Il libro che ti descrive

Non credo che esista. Ma credo che i miei pensieri si avvicinino molto a quelli del già citato Levin. Per quanto riguarda il mio modo di sentire, però, è sicuramente pericolosamente vicino a quello di Moby Dick di Melville :-)

8. Un libro che consiglieresti

Sicuramente L’ombra dello scorpione dello zio Stevie. A chiunque.

9. Un libro che ti ha fatto crescere

Niente al pari de Il diario di Anna Frank. E continua a farmi crescere ogni volta che trovo il coraggio di rileggerlo.

10. Un libro del tuo autore preferito

Non credo di avere un autore preferito. Di sicuro ne ho almeno tre. Perché sono tre gli autori che, ogni volta che li leggo, riescono inevitabilmente a trasmettermi qualcosa. Sono Stephen King, Alessandro Baricco e Victor Hugo.

11. Un libro che prima amavi e che ora odi

Non ho mai cambiato così radicalmente idea su un libro. Ci sono libri che un tempo leggevo volentieri e che, adesso, non ho più voglia di leggere, come quelli di Dacia Maraini, ad esempio. Ma, di sicuro, non posso dire che ora non mi piacciono.

12. Un libro che non ti stancherai mai di rileggere

Tanti. Per non citare sempre gli stessi dico Uccelli di rovo di Coleen McCollough.

13. Il libro che in questo momento hai sulla scrivania

L’ombra dello scorpione di Stephen King (ma va’?)

14. Il libro che stai leggendo in questo periodo

Prove per un incendio di Shalom Auslander è uno di quelli che (non) sto leggendo. Ma, come al solito, non mi limito mai ad un solo libro.

15. Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi

La carta più alta di Marco Malvaldi

I quattro vecchietti erano entrati nella stanza un’oretta prima, in ordine sparso, ognuno con una seggiola sotto il braccio, dando solo un’occhiata per accertarsi, probabilmente, dell’assenza del dottor Berton. 

16. La tua copertina preferita

Questa storia di Alessandro Baricco

17. Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno

Jane per incontrare Rochester o Laura per incontrare Walter ;-)

18. Il primo libro che hai letto

Non lo ricordo assolutamente. Ma il primo che mi è rimasto impresso è sicuramente Il mago di Oz di Baum.

19. Un libro il cui film ti ha deluso

Qui c’è l’imbarazzo della scelta! Quasi tutti, direi. Forse il peggiore è la traspo9sizione di It di Tommy Lee Wallance.

20. Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse

Come ho già detto non ho mai trovato in un libro un personaggio che mi rappresentasse completamente. Ci sono delle cose di determinati personaggi che ritrovo anche in me ma non posso dire che mi rappresentino completamente. Per tanti aspetti mi sento affine a Jo March di Piccole donne di Louise May Alcott.

21. Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te

Tokyo Blues. Norwegian Wood di Haruki Murakami. E a mia volta l’ho consigliato io ad una persona molto importante per me ;-)

22. Un libro che hai letto da piccola

La storia infinita di Michael Ende. L’ho voluto leggere subito dopo aver visto e amato il film.

23. Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita

Più delusa che colpita, di solito. Il primo che mi viene in mente è L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. Continuo a non capire come non si riesca a coglierne la superficialità.

24. Il libro che ti fa fuggire dal mondo

Non so… forse tutta la saga dei Malaussène di Pennac. Perché mi fa desiderare di far parte di quella strampalata famiglia.

25. Un libro che hai scoperto da poco

Ho scoperto da troppo poco tempo Moby Dick di Melville. Vorrei averlo letto da adolescente perché ha una dimensione epica che, secondo me, è perfetta per quell’età.

26. Un libro che conosci da sempre

Devo citare ancora Il mago di Oz che mi accompagna da anni. Ha la copertina tutta rotta e le pagine si stanno irrimediabilmente scollando ma, per me, ha il sapore della mia infanzia.

27. Un libro che vorresti aver scritto

Sicuramente Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares di Pessoa. Quel modo di sentire mi appartiene a tal punto che, se sapessi scrivere, vorrei scrivere solo così!

28. Un libro che farai leggere ai tuoi figli

Il diario di Anna Frank. Perché è imprescindibile per chiunque. Credo che si sia capito ;-)

29. Un libro che devi ancora leggere

Uno? Stiamo scherzando? Non riesco neppure a contarli! Ma uno che voglio assolutamente leggere e aspetto solo il momento giusto per farlo è I Miserabili di Victor Hugo.

30. Un libro che ti ha commosso

Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Non so se si possa parlare di vera commozione. Più che altro mi ha spiaccicata al suolo per la sua crudezza!

Ecco. Qui c’è molto di me. E adesso, rileggendo il tutto, mi rendo conto di quanti libri importanti siano rimasti fuori da questo elenco. Ma è inevitabile quando si devono compiere delle scelte.

E voi? Quali sono i vostri libri? Quelli importanti che vi rappresentano e vi completano? Quelli che dicono qualcosa di voi o raccontano ciò che vorreste essere o che vorreste fare?

Imprescindibile

Esistono film che non è possibile recensire. Perché quando li guardi non riesci in nessun modo a percepirli come un film. Non vedi la regia. Non vedi la fotografia. Non senti la musica. E non ti accorgi neppure di come recitano gli attori. Perché c’è qualcosa di più importante che non riesci proprio ad ignorare, anche se vorresti. Vorresti con tutto il cuore non aver visto, non dover sapere. Ma non puoi.

Forse è difficile comprendere tutto questo senza l’imprescindibile visione di Diaz, l’ultimo film di Daniele Vicari. Partiamo da questo assunto: Diaz è un film che va visto. Mai come in questo caso si può parlare di film necessario. E questa necessità non ha niente a che vedere con il cinema. Perché, come dicevo sopra, non lo so se Diaz è un bel film. Non ne ho assolutamente idea perché mi mancano totalmente gli elementi che mi consentirebbero di giudicarlo dal punto di vista cinematografico. Nella visione della pellicola non ho notato nessuna di quelle cose che, normalmente, mi permettono di valutare la riuscita o meno di un film. Ero troppo occupata a piangere e tremare, ve lo giuro. E non solo io. Ho già detto da un’altra parte che adoro vedere i film al cinema per l’atmosfera che si respira nella sala cinematografica, per la comunione della visione con estranei. Per la prima volta nella vita ho sentito applaudire in sala al di fuori di un evento festivaliero. Perché le emozioni che scatena questa visione, alla fine, devono in qualche modo esplodere e deflagare e un applauso liberatorio, spesso, è il modo migliore per farlo.

Devo riuscire a spiegare perché è necessario vedere questo film. Non sarà facile. Ci provo.

Vedere sullo schermo una mattanza gratuita ed immotivata come quella della scuola Diaz e realizzare che non stai guardando un film o, meglio, che non stai guardando solo un film, ma che quello che ti stanno raccontando è successo davvero qui, nel nostro Paese che si suppone civile e democratico, poco più di dieci anni fa (ieri, in termini storici), è insostenibile. Vedere la manifestazione chiara della violenza insita nella natura umana ed accorgersi di essere impotenti di fronte al suo propagarsi è terribile. Fa piangere e tremare, appunto. Come piangono e tremano i ragazzi del film totalmente increduli di fronte a ciò che sta succedendo loro. Perché non ci si può capacitare di una cosa del genere. Perché accettare una cosa del genere significa perdere irrimediabilmente la propria umanità.

E non è un fatto di buoni o cattivi. Ci tengo a precisarlo. Né di schieramenti politici. Perché in Diaz, per fortuna, di politico non c’è nulla. E in questo vedo veramente una scelta registica. C’è chi ha visto in questa caratteristica un difetto. Chi avrebbe voluto un film più politico. Per me non è così. Diaz è un film sulla natura umana ed in questo risiede la sua forza. Ogni altro elemento avrebbe distratto da questo messaggio.

Diaz andrebbe proiettato nelle scuole. Perché è la nostra storia.

Perché quando hai 20 anni e ancora credi in qualcosa così tanto da voler manifestare, da voler esprimere il tuo punto di vista, da credere davvero che questo potrà ancora portare a dei cambiamenti non puoi venire massacrato ed umiliato senza ragione.

A questo proposito ancora più male del massacro della Diaz fa assistere alle violenze e alle umiliazioni consumate nella caserma Bolzaneto. Perché se è comprensibile (assolutamente non giustificabile) che, in una perquisizione con centinaia di persone coinvolte e con la tensione accumulata nei giorni del G8 ed in seguito all’assassino di Carlo Giuliani, si possa arrivare a perpetrare quel genere di violenze gratuite contro persone indifese resta però incomprensibile (oltre che disumano) che in una caserma si possa arrivare a ledere i diritti umani fino all’umiliazione e alla tortura, fisica e verbale. E non in Afghanistan o in Cina. Qui. Dietro casa nostra. Di questo non si può riuscire a capacitarsi in nessun modo.

Guardatelo. E poi provate a dimenticarlo, se ci riuscite.

Ancora sullo zio Stevie

(segue dal post precedente)

Riguardano Rose Madder le altre indiscrezioni trapelate recentemente. E in questo caso si può tranquillamente parlare di una prima volta in quanto il romanzo scritto dal Re nel 1995 non ha finora conosciuto adattamenti cinematografici. Adesso pare che Naomi Sheridan (figlia del più famoso Jim Sheridan e sceneggiatrice di In America girato proprio dal padre) stia lavorando alla sceneggiatura. Per ora di questo adattamento non si sa altro. Tra l’altro Rose Madder è uno dei libri dello zio Stevie che non ho mai letto quindi, per me, più il progetto viene posticipato e meglio è ;-)

E veniamo alla penultima notizia che riguarda le trasposizioni cinematografiche di lavori di King. In questo caso si tratta di un progetto ancora più ambizioso e complesso dell’adattamento de L’ombra dello scorpione. Al centro di tutto è il regista Ron Howard, qui in veste di produttore, che ha coinvolto Brian Grazer, Akiva Goldsman e lo stesso Stephen King nella trasposizione della saga de La Torre Nera. Attualmente il progetto è stato notevolmente ridimensionato per problemi di budget ma, inizialmente, erano previsti tre film per il grande schermo tratti dalla saga e due miniserie per la tv. Attualmente si parla di un solo film diretto proprio da Ron Howard a cui seguiranno gli altri solo in caso di successo al botteghino. La notizia positiva, però, è la presenza di Javier Bardem nel ruolo di Roland Deschain, protagonista della saga. Anche se la notizia è stata confermata e poi smentita in varie occasioni è una di quelle anticipazioni che fanno gola e che potrebbero contribuire a dare qualità al prodotto. Anche in questo caso la complessità della trama e delle sottotrame nonché i numerosi riferimenti ad altri romanzi del Re rende l’operazione piuttosto complessa. Inoltre Ron Howard, pur essendo un regista di solido mestiere, non ha, secondo me, l’estro necessario per ridimensionare cotanto materiale e renderlo a misura di schermo. Spero vivamente di venire smentita e che ne venga fuori un piccolo capolavoro ;-)

E finiamo questa carrellata di anticipazioni con la notizia più ghiotta. È ormai iniziata la lavorazione del remake di Carrie lo sguardo di Satana di Brian De Palma. Il fatto che in questo caso si parli di remake del film di De Palma e non di adattamento dal romanzo di Stephen King è il primo punto a sfavore di questa operazione. Questo perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l’opera di De Palma si pone come opera autoriale a tutti gli effetti, distaccandosi dal lavoro dello zio Stevie e reinterpretandolo attraverso uno sguardo, quello del regista, che più cinefilo non si potrebbe. Temo che, se di remake si tratta, il romanzo di King, in questo caso, possa entrarci veramente il giusto. Più probabilmente il film diventerà una rilettura dell’opera di De Palma allontanando ancora di più l’originale kinghiano. Va detto però che più fonti riportano che l’intenzione è quella di aderire più fedelmente al romanzo di King ma, in questo caso, non avrebbe senso parlare di remake.

Per quanto riguarda i nomi che sono venuti fuori sono senz’altro interessanti. Alla regia ci sarà Kimberly Peirce, la regista di Boys Don’t Cry, interessantissima pellicola del 1999 che affronta il tema dell’identità sessuale e che ha come protagonista una bravissima e ancora poco conosciuta Hilary Swank. Per quanto riguarda la sceneggiatura è stata affidata a Roberto Aguirre-Sacasa, autore televisivo conosciuto soprattutto per la serie Glee.

Il ruolo della protagonista, dopo che erano trapelati i nomi di Megan Fox e Hailee Steinfeld, è stato affidato a Chloë Moretz, recentemente vista in Hugo Cabret di Scorsese. Per il ruolo che fu di Piper Laurie, invece, si parla di Jodie Foster (ce la vedrei benissimo!) o di Julianne Moore.

Per finire vi lascio con l’immagine del fan poster realizzato come locandina per il nuovo adattamento di Carrie che ha entusiasmato perfino la regista che ha deciso di postarla sulla sua pagina di Facebook. Che ne dite? A me sembra piuttosto suggestiva anche se un po’ troppo patinata.

Fan poster di Carrie di Kimberly Peirce

Qualche news kinghiana

Avvertenza. Ho iniziato a scrivere questo post come semplice aggiornamento su alcune notizie che riguardano prossime uscite di film tratti da romanzi di Stephen King. Doveva essere un post veloce, un semplice aggiornamento. Poi mi sono resa conto di avere superato le 1000 parole in un lampo! Così ho deciso di essere magnanima, non tediarvi e dividerlo in due ;-)

In questo periodo di arresto della lettura de L’ombra dello scorpione non crediate che non abbia continuato a tenermi aggiornata sullo zio Stevie e sulle notizie che lo riguardano. E’ da un po’ di tempo che trapelano varie cose soprattutto sul fronte cinema. La prima riguarda proprio L’ombra dello scorpione dato che le ultime indiscrezioni danno ormai certa la realizzazione di un film tratto dal libro. Fino ad ora solo Mick Garris nel 1993 aveva avuto il coraggio di affrontare la trasposizione del romanzo più amato dai fan del Re. Lo aveva fatto con una serie tv in quattro puntate che, sebbene personalmente io non abbia ancora visto, si dice da più parti essere un prodotto del tutto insoddisfacente. E la cosa non stupisce affatto dato che il materiale presente nel romanzo è tantissimo (e non solo per le dimensioni ma anche per il numero dei personaggi e la struttura della storia) e difficilmente trasportabile sullo schermo senza perderne lo spirito.

Tempo fa si fece anche il nome di George A. Romero per un adattamento cinematografico del romanzo e pare che lo stesso King ne fosse entusiasta. Ma poi sembra che l’autore de La notte dei morti viventi si sia tirato indietro e non è dato saperne il motivo.

Dopo che la Warner ne ha acquistati i diritti ha affidato la regia a David Yates, regista di quattro degli otto film di Harry Potter, che si era dichiarato entusiasta dell’impresa in quanto grandissimo estimatore di King. Tra l’altro sarebbe stato affiancato dal suo sceneggiatore di fiducia Steve Kloves con il quale aveva già iniziato a lavorare al progetto. I motivi per cui i due, ad un certo punto, si sono ritirati sarebbero da ricercare proprio nella complessità e nella stratificazione del romanzo e nel fatto che, pur essendo sostanzialmente un romanzo d’avventura, in realtà è quasi del tutto privo di scene d’azione. Yates stesso avrebbe dichiarato:

Ciò che amo del lavoro di King e de L’ombra dello scorpione è il fatto che Stephen King ti fa davvero entrare nelle vite di queste persone, vedi il mondo da un livello intimo e umano. Ma realizzare un film così costoso da questo materiale è pressante, e poi mancavano quelle scene d’azione straordinarie che invece ci sono nei libri di Potter, ed ero preoccupato che alla fine non avrei realizzato il film che lo studio sperava. Forse una miniserie l’avrei vista possibile, una interessante, complessa, stratificata e divertente storia a lungo termine, ma per me mancavano i grossi momenti, le scene d’azione.

Da qui all’abbandono del progetto il passo è stato breve. Ed è a questo punto che si è cominciato a fare il nome dell’attore Ben Affleck come regista della trasposizione. Diciamo subito che la mia stima di Affleck come regista è inversamente proporzionale alla mia opinione di lui come attore. A livello di recitazione riesco a sopportarlo ben poco, lo devo ammettere. Lo trovo statico ed inespressivo. Ma all’esordio dietro la macchina da presa si è dimostrato un regista consapevole dei propri mezzi e tutt’altro che banale. Gone Baby Gone, il suo lungometraggio di esordio, è un film solido e dolente che affronta argomenti non facili e che si avvale di un cast di tutto rispetto. Ho sentito parlare molto bene anche del suo secondo film The Town che, però, non ho ancora visto. Insomma la scelta di Affleck dietro la macchina da presa di L’ombra dello scorpione non mi dispiace affatto.

Accanto ad Affleck lavora lo sceneggiatore David Kajganich che, per King, aveva già sceneggiato It e Pet Sematary, con risultati abbastanza deludenti, in realtà. Sono curiosa di vedere che cosa ne verrà fuori anche se resto convinta che un adattamento cinematografico di questo romanzo sia pressoché impossibile.

È curioso che, più o meno nello stesso periodo, siano cominciate a trapelare notizie anche sull’adattamento del romanzo di King più affine a L’ombra dello scorpione, vale a dire The Dome. In questo caso tutto è partito da Steven Spielberg che in agosto ha acquistato i diritti cinematografici del libro cominciando subito a cercare uno sceneggiatore. Pare che, alla fine, lo abbia trovato in Brian K. Vaughan, fumettista e autore di alcune puntate di Lost (e questo, personalmente, mi fa ben sperare!). In questo caso parliamo di una serie televisiva e non di un film per il grande schermo. Forse anche questa è una notizia positiva dato che, negli ultimi tempi, pare che le cose migliori si riescano a vedere proprio in tv. Anche in questo caso staremo a vedere anche perché qui manca ancora un’ipotesi sul nome del regista, per cui mi riservo di valutare la cosa quando ci saranno più elementi da poter analizzare. Certo è che The Dome è un romanzo che ben si presta ad essere portato sullo schermo perché ha forti elementi di spettacolarità che, se ben realizzati, sono convinta che potranno rendere benissimo a livello cinematografico anche se limitatamente alla visione domestica. E poi Spielberg è una garanzia, almeno per me.

(to be continued…)

Puntualizzazioni

Mi accorgo, sebbene senza stupore, che è quasi passato un mese dall’ultima volta che ho aggiornato il blog. Bella cosa per una che aveva nelle proprie intenzioni di scrivere un post al giorno, nevvero? Non voglio però neppure fare come il mio amico Mirko che ogni tanto minaccia di tornare solo per sparire di nuovo (scherzo, naturalmente! Anche perché, alla fine, è tornato sul serio ;-) ).  Ma non volevo neppure stare assente per troppo tempo pur se non ho molto da scrivere.

Ecco il punto. È un periodo in cui i pensieri e le cose che vivo non riesco ad elaborarli più di tanto. Per cui restano lì a galleggiare nella mente senza mai prendere veramente forma. Le imprese sono praticamente ferme perché sono ormai davvero mesi che non prendo in mano L’ombra dello scorpione (ma neppure altri libri, in verità) e la cosa mi fa anche un po’ rabbia perché avrei voglia di continuare, di portare avanti l’impresa ma proprio non ho nessuno stimolo a leggere. L’impresa2 langue con il post sulla visita alla Galleria dell’Accademia scritto a metà e lasciato lì anche lui a candire da mesi.

Faccio cose, come dicevo. Ma queste cose non si traducono quasi mai in pensieri compiuti che mi fa voglia di condividere. E non mi va neppure di stare a riflettere troppo sul perché. La vita è così. O almeno per me. A periodi fortemente creativi si alternano quasi inevitabilmente periodi più riflessivi, più intimi. È un po’ come il succedersi delle stagioni quando l’inverno, apparentemente arido e freddo, in realtà sta già preparando le gemme che spunteranno in primavera, col primo sole.

Ci sono stati due eventi significativi in questo periodo. Eventi che segnano anche a distanza di tempo.

Il primo è la morte della mia nonna materna di cui vi avevo già accennato. Mi rendo conto che anche adesso, a distanza di tre mesi, mi capita di fermarmi e pensare a lei dopo aver colto un particolare che me la ricorda. Mi capita anche di scoppiare a piangere improvvisamente e capire, solo dopo un istante, che è perché sento la sua mancanza. Ho messo un sacco di cose sue in casa mia. Le guardo e, a volte, provo sollievo nel trovarmele vicine. Altre volte, invece, mi rendono incredibilmente evidente che non c’è più. Ma sono contenta che pezzi della sua vita siano entrati a far parte della mia.

L’altro evento riguarda il lavoro. Ho attraversato una grossa crisi che mi ha portata a decidere di lasciare il mio attuale impiego. Il motivo principale era il fatto che non mi sentivo più coinvolta, stimolata. Ci sono stati dei cambiamenti a livello di direzione che mi hanno costretta a rivalutare il mio ruolo e le mie responsabilità. E ho capito che certe cose non facevano per me. Avevo già preparato la lettera di dimissioni con tutto ciò che comporta mettersi alla ricerca di un nuovo lavoro nella situazione attuale. Ma mi ero decisa ed ero pronta ad andare fino in fondo. Poi le cose sono cambiate. Sono sempre stata convinta che parlare, comunicare sia la scelta giusta, sempre e comunque, anche quando qualcuno, apparentemente, sembra non volerti ascoltare. Per questo motivo ho parlato chiaramente con il mio capo e gli ho detto tutto quello che, secondo me, non andava. Ed è successo il miracolo. Non tutto insieme ma, a poco a poco, le cose sono cambiate. E io ho ritrovato la carica necessaria e la passione per ricominciare. Adesso ci sono ancora cose da sistemare ma, in generale, i problemi che c’erano cominciano a sembrare un ricordo sempre più sbiadito.

Ecco. Questo è tutto. Intanto c’è una gran voglia di rinnovamento e parto cambiando il tema del blog (ditemi se vi piace, mi raccomando :-) ). Poi si vedrà. Anche perché la virata culinaria che ultimamente ha preso il blog di Ralph piace molto anche a me. Niente dolci però!

No, non temete. Continuerò sulla strada che ho intrapreso. Abbiate solo un po’ di pazienza :-)

La leggerezza della malattia

Ho guardato la data del mio ultimo post e mi sono stupita che sia passato quasi un mese. Alcune volte la vita va veramente troppo veloce perché io riesca a starle dietro!

Non ho scritto ma, in compenso, mi sono guardata un sacco di film, ho letto un mucchio (no, non libi, purtroppo…) ma, soprattutto, ho fatto un sacco di cose. Adesso vediamo se riesco un po’ a rallentare per poterne anche parlare in questo piccolo spazio che, comunque, si sta allargando sempre di più (almeno come numero di visite, a giudicare dalle statistiche di WordPress…).

50 e 50

[50/50, USA 2011, Commedia, durata 99']   Regia di Jonathan Levine
Con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston, Julia Benson, Jessica Parker Kennedy, Beatrice King, Marie Avgeropoulos, Philip Baker Hall

Attenzione! Contiene spoiler

50 e 50 - Locandina

50 e 50 è esattamente la misura di quanto questo film mi abbia convinta. Infatti se, da una parte, si fa apprezzare la scelta coraggiosa di affrontare un tema così serio come il cancro utilizzando i toni della commedia, dall’altra bisogna ammettere che la pellicola sfiora, in più di un’occasione, la noia.

50 e 50 - Anna Kendrick e Joseph Gordon-Levitt

Questo non significa che non abbia ravvisato spunti interessanti in questo film indipendente che, dopo aver ricevuto il premio del pubblico al Torino Film Festival dello scorso anno, ha convinto, più o meno unanimemente, sia pubblico che critica. Il tocco lieve della commedia riesce nell’intento di alleggerire una sceneggiatura drammatica che porta a confrontarsi con una malattia che lascia il 50 percento di probabilità di sopravvivere (a questo allude il titolo italiano, per una volta identico a quello originale e certamente più accattivante di quello provvisorio che faceva diretto riferimento alla malattia) e certi momenti del film fanno sorridere e, nello stesso tempo, riflettere. Ma c’è qualcosa che evidentemente non funziona in tutto il meccanismo e quello che viene fuori, alla fine, è un film che rischia molto presto di finire nel dimenticatoio.

50 e 50 - Seth Rogen, Anna Kendrick, Anjelica Huston e Serge Houde

Quello che sicuramente salva la pellicola è la presenza di Seth Rogen (qui anche nelle vesti di sceneggiatore e produttore per un progetto molto personale e fortemente voluto). L’attore statunitense, ormai osannato oltreoceano ma ancora poco apprezzato da noi, costruisce un personaggio sopra le righe, sfrontato, infantile, casinista ma anche capace di infinita tenerezza ed insolita profondità, come si vede soprattutto in una delle ultime e più riuscite scene del film nella quale si presta a medicare la cicatrice dell’amico con evidente riluttanza.

E tutto il film è, in qualche modo, un’esaltazione dell’amicizia tra questi giovani uomini apparentemente così diversi ma, in realtà, estremamente affini. Il personaggio interpretato da Joseph Gordon-Levitt (una faccia così particolare che non può non rimanere impressa. Io non la dimentico dai tempi del bellissimo Mysterious Skin di Gregg Araki, pellicola cupa ed inquietante che affronta il difficilissimo tema della violenza sui bambini) è quello di un individuo mite e passivo, che pare vivere la sua vita come se non lo riguardasse fino al momento della scoperta della malattia, si contrappone a quello interpretato da Seth Rogen, apparentemente privo di profondità ma, in realtà, capace di forti slanci quando si tratta di difendere l’amico con le unghie e con i denti dall’insensibile fidanzata (una Bryce Dallas Howard cinica e superficiale) e dalla stessa malattia (delicatissima la scena in cui Adam trova nel bagno dell’amico un libro che spiega come affrontare il cancro).

50 e 50 - Bryce Dallas Howard e Joseph Gordon-Levitt

Infine un ulteriore nodo focale del film è costituito dal rapporto di Adam con la famiglia di origine costituita da una madre invadente ed apprensiva (un’Anjelica Huston invecchiata e poco espressiva sebbene incensata un po’ da tutta la critica per questo ruolo) ed un padre colpito da Alzheimer che non si rende conto di ciò che sta accadendo. Centrale, a questo proposito, ciò che dice la psicoterapeuta che guida Adam nell’affrontare la malattia e che finirà per innamorarsene (Anna Kendrick, sempre più deliziosa dopo la convincente interpretazione della gradevole commedia di Reitman Tra le nuvole): prima di giudicare tua madre pensa a come deve essere per lei la vita con un figlio che a stento le parla e un marito che quasi non la riconosce. Da questo momento il protagonista farà un percorso che lo porterà anche a vivere in modo diverso il rapporto con i propri genitori.

E alla fine della visione e nonostante il lieto fine risulta difficile non commuoversi neppure un po’ di fronte all’evidente paura della morte che prende il protagonista nel momento in cui sta per affrontare l’operazione che ne decreterà la guarigione o la prematura scomparsa. A questo punto ti aspetti il lieto fine ma hai il dubbio e la paura che possa non arrivare.

Mimesi totale

Ci sono due categorie ben distinte di film. Quelli che ti colpiscono subito, che ti coinvolgono e che ti affascinano dal primo istante e quelli che hanno bisogno di sedimentare. Sono quei film per i quali non sei in grado di esprimere subito un giudizio ma che hai bisogno di rielaborare, di assimilare. È anche per questo che preferisco sempre andare da sola al cinema per evitare che, subito dopo la visione, mi si chieda “Ti è piaciuto?” E se poi non so rispondere?

Tutto questo per dire che The Iron Lady fa parte della prima categoria. Mi ha conquistata subito.

The Iron Lady (2011)

[The Iron Lady, Gran Bretagna 2011, Biografico, durata 105']   Regia di Phyllida Lloyd
Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Anthony Head, Richard E. Grant, Roger Allam, Olivia Colman, Alexandra Roach, Harry Lloyd, Nick Dunning, Julian Wadham

The Iron Lady - Locandina

Fughiamo immediatamente ogni dubbio: The Iron Lady non è necessariamente un buon film. Non lo è perché è una lettura assolutamente personale di un personaggio storico controverso. Una lettura che privilegia il lato intimistico e la vita privata della Thatcher piuttosto che ritrarre la sua figura pubblica. Oltretutto la pellicola è ambientata, per la maggior parte ai giorni nostri, dopo l’abbandono della carriera politica che è, invece, tutta descritta da flashback.

Ma questo, a mio parere, è proprio il punto di forza della pellicola. Il film racconta la vecchiaia e la perdita (quella del marito che continua ad apparire alla protagonista quasi come fosse un fantasma con cui lei continua a parlare e confrontarsi pur essendo consapevole del fatto che lui è morto da ben 8 anni). La centralità data dal rapporto tra Margaret e il signor Thatcher è una scelta coraggiosa e particolarmente felice perché ci fa capire che non è un biopic quello a cui stiamo assistendo. E forse è proprio questo ciò che ha tratto in inganno molti spettatori e ha contribuito alle molte stroncature del film. Ma questo è anche l’aspetto che personalmente ho più apprezzato. E devo dire che è molto evidente un punto di vista prettamente femminile nel trattare gli argomenti sopra citati. Forse anche questo ne fa un film molto personale e diverso da quelli a cui siamo abituati. Forse è privo di un linguaggio universale. Un po’ come il cinema italiano che non si fa apprezzare all’estero perché troppo provinciale.

The Iron Lady - Meryl Streep

E poi c’è lei. Meryl Streep. Colei che riesce a regalarci una Thatcher più reale di quella vera. Colei che attraverso mille sfumature riesce a portare sullo schermo più che un’interpretazione, un personaggio in carne ed ossa. Non si può che restare affascinati da una tale bravura. E poco importa se tale bravura è totalizzante, debordante ed assoluta tanto da non lasciar spazio ad altro. Secondo me non c’è bisogno d’altro. Perché vedere la vecchia Margaret lavare una tazza in cucina, illuminata dalla fredda luce di un mattino inglese vale mille volte il prezzo del biglietto. Sfido chiunque a non commuoversi per come è reso dalla Streep ogni gesto di questa scena dove fragilità (del corpo) e dignità (dello spirito) vanno di pari passo.

The Iron Lady - Meryl Streep

Per un’opinione completamente diversa su questo film vi segnalo l’ottimo post di Kelvin che, tra l’altro, fa riflettere anche su altri aspetti della carriera di Meryl Streep. Traete da soli le vostre conclusioni. Magari dopo aver visto il film ;-)

La nave pirata

Non è la prima volta che mi interrogo sulla pirateria e su come questa condizioni il futuro di certe opere dell’ingegno umano (in particolare cinema, musica e letteratura). Nel giro di pochi giorni, però, mi sono trovata a ritornare su questo tema a partire, principalmente, dall’articolo dello scrittore Vincenzo Latronico (scrittore che, personalmente, non conosco, lo ammetto) apparso su Il Club della Lettura, versione web dell’inserto del Corriere della Sera di cui ho già avuto occasione di parlare. Non vi riporto l’articolo perché è abbastanza lungo ma, se siete interessati, potete leggerlo qui. Mi interessa fare alcune considerazioni su quello che Latronico dice. Considerazioni del tutto personali ed opinabili.

Latronico comincia con un’ammissione di colpa. Io scarico ebook pirata. Dice. Proseguendo nella lettura si capisce bene che non scarica solo libri ma anche musica e film. Certo, il fatto dei libri fa più impressione, essendo l’autore uno scrittore. Sembra quasi un controsenso che Latronico aggiri proprio il diritto d’autore che è ciò che gli dà da vivere. Ma lo fa ed ammette che continuerà a farlo sebbene ciò gli faccia sorgere delle remore morali e dei sensi di colpa. Perché Latronico considera quella del digitale (e del digitale free a maggior ragione) una rivoluzione necessaria e, soprattutto, inevitabile. E anche se si chiede quali possano essere le strade alternative alla proprietà intellettuale  di certi prodotti non ha dubbi sul fatto che stiamo assistendo ad un cambiamento epocale.

Sono d’accordo con lui. Il concetto di proprietà intellettuale sta definitivamente tramontando. La pirateria dilaga. Non voglio dare un giudizio morale sul fenomeno perché sarebbe ipocrita. Ma è una realtà con cui è necessario confrontarsi dato che combatterla non è possibile. Perché sono anni che ci si prova e anni che non ci si riesce. Ma confrontarsi con questo fenomeno significa anche proporre delle soluzioni o, almeno, provarci. Lo fa Latronico nel suo articolo prendendo in considerazioni i reading a pagamento per finanziare la letteratura ma concludendo che è un sistema destinato a fallire (quanti sarebbero disposti a pagare un reading? Credo che saremmo in pochi). Ma l’idea è interessante. Perché è una cosa che era venuta in mente anche a me e proprio partendo dal caso della musica, come fa lo scrittore nella sua trattazione. Non ho statistiche alla mano per comprovare la mia affermazione ma sono piuttosto sicura che i musicisti non muoiano di fame. Eppure la musica è il primo prodotto intellettuale ad essere stato attaccato dalla pirateria. E sono anche abbastanza sicura che il motivo per cui i musicisti non muoiono di fame siano i concerti, le apparizioni televisive e il merchandising che si fa intorno alla loro immagine. A giugno a Firenze ci sarà il concerto di Madonna (torna nel capoluogo toscano dopo 25 anni). Quanto ci scommettiamo che i biglietti saranno esauriti ancora prima di essere messi in vendita (spero di no perché io lo devo avere!)? E sapete quanto costa il più economico di tali biglietti? 99 €. Mica cotiche! Ma sono certa che il Franchi registrerà il tutto esaurito. Non ho dubbi. Ecco di cosa vive Madonna. E come lei molti altri.

E perché non si può fare la stessa cosa con gli scrittori? Sicuramente ci sono molti meno lettori che appassionati di musica e, altrettanto sicuramente, un reading attira meno pubblico di un concerto. Ma cominciamo ad interrogarci su come possano essere organizzati certi eventi per attrarre pubblico. Non credo che sia una sfida impossibile.

È vero. Questo significa trattare la cultura alla stregua di un prodotto. E la cosa fa un po’ arricciare il naso ai puristi. Ma la cultura è un prodotto. Inutile girarci intorno. Ciò che entra nel mercato, per quanto ci possa spiacere, diventa un prodotto. Ciò che si compra e si vende diventa un prodotto. Poi -è chiaro- ben venga una diffusione alternativa della cultura attraverso altri canali, più istituzionali e garantiti (scuola, famiglia e Stato in primis). Ma la cosa deve correre in parallelo.

Quello che noi andiamo a comprare quando acquistiamo un libro è, in fondo, il prodotto del pensiero di una persona e, di conseguenza, la persona stessa. Per cui perché non vendere direttamente la persona? Perché non far diventare lo scrittore il prodotto così come lo è il musicista già oggi? Ciò farebbe inorridire un povero Leopardi qualunque, così a suo agio in una stanzetta scura che non avrebbe voluto per nulla al mondo essere trascinato in balia del pubblico. Ma ogni mestiere (sì, perché scrivere è un mestiere, abbattiamo ancora una volta l’idea romantica che ne abbiamo e ricordiamo cosa dice il buon zio Stevie quando afferma che non ci sono scorciatoie per scrivere ma che bisogna mettersi seduti alla scrivania tutti i giorni e scrivere e leggere e che questo è l’unico modo per diventare scrittori; non quando se ne ha voglia o si è ispirati ma tutti i santi giorni. Immaginate qualcosa di meno romantico di questo?) ha i suoi pro e i suoi contro, non si può pensare che tutto sia facile, bello o gradevole.

Ricollegandomi al discorso sulla pirateria vorrei citare altri due articoli. Il primo è tratto da Forbes e porta la firma di Paul Tassi. Anche Tassi, sostanzialmente, parte dall’assunto che la pirateria è una realtà che fa ormai parte della nostra quotidianità e che la sua diffusione è dovuta soprattutto alla semplicità del meccanismo che innesca (il download è facile, immediato, si fa stando comodamente seduti in poltrona, nel salotto di casa). Tassi si concentra soprattutto sui film e conclude il suo articolo chiedendosi (e chiedendoci) se c’è davvero bisogno di spendere milioni di dollari per pagare  gli attori e produrre un film quando si potrebbe fare il tutto con molto meno. Non è una cattiva domanda ma anche questa, a mio parere, è un po’ troppo utopistica perché significherebbe tornare indietro. Vorrebbe dire scardinare un sistema preesistente imponendo ad una ristretta cerchia (gli attori e i registi soprattutto) dei sacrifici economici nel nome di non si sa bene quale ideale. Auspicabile, certo, ma poco concreto.

Il secondo articolo, che prende spunto proprio da quello di Forbes si contrappone chiaramente e decisamente a quanto già detto da Latronico ed è firmato da Matteo Bordone (giornalista e conduttore radiofonico, leggo su Wikipedia, anch’esso a me sconosciuto. E la mia ignoranza aumenta…) che su Wired contesta in maniera piuttosto decisa il diritto al free download. Anche questo ve lo riassumo brevemente ma lo trovate qui per esteso. L’autore, giustamente, si scaglia contro chi considera un’ingiustizia la recente chiusura di Megavideo. Dico giustamente perché qui entriamo nel merito del riconoscere una determinata operazione come reato. E questa è una cosa che non si può negare. Per le attuali leggi internazionali diffondere materiale pirata è effettivamente un reato. A questo concetto nulla si può obiettare perché è un dato di fatto.

Faccio un po’ più di fatica a seguirlo quando dichiara:

Ribadiamo un concetto: io sono molto felice che esista tutto questo, e grazie a questi sistemi ho conosciuto un sacco di meraviglie, perle, cose che mi hanno cambiato anche un po’ la vita.

Per poi descriversi come fruitore atipico di materiale pirata dichiarando di acquistare almeno quanto scaricato. Non metto in dubbio il fatto che sia così. Più difficile da accettare mi resta il confronto con gli altri. Chi dice che effettivamente anche gli altri non facciano lo stesso? Perché si dà per scontato che in chi scarica non ci sia analoga passione per l’acquisto degli stessi prodotti? Ripeto, non ho  statistiche alla mano per avvalorare nessuna delle cose che penso e questo è solo un discorso tra amici ma tutte le persone che conosco e che scaricano hanno pure librerie piene di libri, dvd e cd. Sarà un caso, probabilmente. O siamo tutti atipici ;-)

Non voglio, infine, entrare nel merito della fruizione dei prodotti scaricati che, spesso, sono di infima qualità e compromettono, in questo modo, la visione, l’ascolto o la lettura. Ma ampliano la conoscenza. L’accesso a migliaia di informazioni che, altrimenti, per costi e reperibilità, sarebbero precluse ai più permette alla cultura di circolare. E questo, per me, è un sacrosanto diritto. È per questo che penso che in futuro si potrà solo andare avanti su questa strada perché, ormai, è impossibile tornare indietro all’era del proibizionismo. La vera rivoluzione sta nel trovare strade alternative orientate, però, verso la sempre più capillare diffusione di questi prodotti dell’ingegno umano senza che questo rechi danno a chi li produce. Sono convinta che una strada ci sia e sono anche convinta che debba partire dall’analisi di ciò che permette ai musicisti di vivere, nonostante siano quelli che hanno subito i primi attacchi della nave pirata.

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