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Un recente post su Facebook condiviso da Riccardo e, consequenzialmente, una vagonata di pensieri e di riflessioni miei personali mi hanno portata a considerare  quanto, oggi, si siano persi di vista sentimenti, emozioni e sensazioni.

Innanzitutto non si sa più distinguere tra questi termini, comprendere che sono tre cose completamente diverse e, spessissimo, si usano l’uno al posto dell’altro. Ma siccome sono fermamente convinta, come diceva qualcuno , che le parole siano importanti facciamo un po’ di ordine.

sentiménto s. m. [der. di sentire]. –

a. La facoltà e l’atto del sentire, di avvertire impressioni esterne o interne; affine quindi a senso nel suo sign. più generale; anticam. si usò anche come sinon. di sensonel sign. più proprio e com. di questo termine, e si disse, per es., i cinque sentimenti, per indicare i sensi della vista, dell’udito, ecc.

b. Più spesso, la coscienza, la consapevolezza dei proprî atti: non è più in sentimento, di malato grave; perdere i s., svenire o perdere la conoscenza entrando in agonia (al contr., tornare in sentimenti); vento, Che balenò una luce vermiglia La qual mi vinse ciascun sentimento; E caddi come l’uom cui sonno piglia (Dante);la fante…, senza sentimento vedendolo, quel disse che la donna dicea, cioè veramente lui esser morto (Boccaccio). Sempre come coscienza, come controllo, dominio di sé, piena consapevolezza dei proprî atti, in frasi come uscire di sentimento o di sentimenti, esser fuori del s. o dei s., perdere il senno, impazzire, essere accecato dal furore o da altra passione: Fu allora per uscir del sentimento, Sì tutto in preda del dolor si lassa (Ariosto); trarre, levare di sentimento, togliere, anche temporaneamente, la facoltà o almeno la pienezza dell’intendere e del volere:il grande dolore l’aveva levato di sentimento; iperb., mi levate di s. con le vostre grida, mi stordite. Quindi, con pienezza di sentimenti, con tutti i s., nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali: il testamento fu steso dal malato con pienezza di sentimenti; estens., pop., cosa fatta con tutti i s., per bene, come si deve, in modo ineccepibile.

c. Con lo stesso sign. generale, ma determinato da complemento: avere sentimento di sé, consapevolezza della propria esistenza spirituale e corporea (estens., perdere,riacquistare il s. di sé, la coscienza della propria responsabilità o dignità); la pura vita, cioè a dire il semplice s. dell’esser proprio (Leopardi); e con altri complementi:avere il s. della propria forza, della propria debolezza (detto non solo di una persona, ma anche, per es., di una nazione, di un popolo); a volte alla nozione della consapevolezza si accompagna quella dello stato d’animo che ne consegue (soprattutto se di sofferenza): la qual cosa importa maggior sentimento dell’infelicità propria (Leopardi); ai mali s’aggiunge il s. de’ mali (Manzoni).

emozióne s. f. [dal fr. émotion, der. di émouvoir «mettere in movimento» sul modello dell’ant. motion]. –

Impressione viva, turbamento, eccitazione: l’e. della vincita, di quell’inatteso incontro; le e. del viaggio; andare in cerca di nuove e.;essere in preda all’e., a un’intensa e.; essere preso, essere sopraffatto dall’e.; la forte e. gli impediva di parlare. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

sensazióne s. f. [dal lat. tardo sensatio -onis, der. di sensus -us «senso»]. –

Ogni stato di coscienza in quanto sia avvertito come prodotto da uno stimolo esterno o interno al soggetto: s. tattile, visiva, auditiva, olfattiva, gustativa; s. esterne, interne, secondo la provenienza degli stimoli; s. cinestesiche, cenestesiche(v. i rispettivi agg.); associazione di sensazioni, i dati delle s., il carattere soggettivo delle s., nel linguaggio filosofico; s. piacevole, spiacevole, di piacere, di dolore, di voluttà; provare una s. di freddo; era una s. strana, come se qualche cosa di viscido passasse sulle sue mani.

Le definizioni riportate sono prese dal Vocabolario Treccani (a mio parere il migliore tra quelli che si trovano in rete) e le ho riprese solo nell’accezione che è inerente a quello di cui stiamo parlando (alcuni termini hanno significati molteplici).

La cosa che colpisce di più è che il sentimento, a differenza delle altre due, è un atto di volontà, comprende una presa di coscienza ben precisa che lo distingue sia dalla sensazione che è una semplice impressione suscitata da uno stimolo esterno sia dall’emozione che, in maniera più complessa, coinvolge più totalmente la persona suscitando, in un certo senso, un cambiamento di stato (etimologicamente emozione=mettere in movimento). Quindi, teoricamente, una persona può avere una percezione data da uno stimolo esterno (sensazione) senza che questo gli susciti nulla (esempio terra terra, una persona sente il freddo quando entra in mare per fare il bagno se la temperatura dell’acqua è parecchio bassa ma può benissimo sbattersene e buttarsi ugualmente. Sì, sto parlando di me che me ne sbatto sempre, in effetti…) oppure da questa percezione può arrivare a provare un turbamento emotivo (emozione) che la coinvolge e porta a delle conseguenze immediate e più o meno evidenti (ad esempio la commozione davanti ad una particolare scena di un film che può perfino portare al pianto. E qui sto parlando di me, certamente, ma non solo…). Va notato che l’emozione non è necessariamente legata ad una percezione fisica di uno stimolo esterno, come invece avviene con la sensazione, ma può essere benissimo collegata ad una percezione anche solo intellettiva, come nell’esempio della commozione davanti alla scena di un film che deriva dall’immedesimazione con il protagonista che osserviamo sullo schermo, dal comprendere e vivere i suoi sentimenti, di comparteciparne empaticamente. Infine c’è il sentimento che è il più complesso di questi tre termini in quanto implica una consapevolezza di ciò che si sta provando, quindi una decodifica di informazioni a livello intellettivo. Ed è l’unica di queste facoltà che è specificatamente umana, estranea al mondo animale, capacissimo di provare sensazioni ma, ad un livello più alto di evoluzione, anche emozioni (pensiamo ad i mammiferi che arrivano a disperarsi per la morte di un loro cucciolo, ad esempio).

Tutta questa premessa, lunga e noiosa, per introdurre il discorso che mi premeva. Parliamo di sentimenti. Ecco, io ritengo che oggi più che mai ci sia una gran confusione in fatto di sentimenti. E tale confusione la vedo dettata esclusivamente dalla paura. Paura che ci prende e ci attanaglia impedendoci di agire, facendoci scegliere di non sbilanciarci, di sottrarci alla decisione per rimanere in un limbo di tranquillità (apparente!) che ci fa sentire al sicuro. Sì, perché si pensa che la non azione non sia di per sé una scelta, mentre, in realtà, è una scelta ben precisa: la più codarda. E’ la scelta di chi non vuole mettersi in gioco, di chi non vuole rischiare di perdere tutto per guadagnare molto di più, di chi affronta la vita con pessimismo convincendosi che se le cose sono andate male in passato andranno sempre male anche in futuro. La non scelta è la mediocrità dell’uomo contemporaneo, quello che non ha voglia né coraggio di esporsi e di dire la sua, di dichiarare cosa pensa per paura di essere emarginato, di non mettere e non mettersi in discussione (fenomeno diffusissimo a livello sociale, almeno qui da noi, pensiamo anche alla politica, per esempio, o alla difesa dei diritti civili… quanti si schierano apertamente?).

Avere il coraggio di analizzare, riconoscere e dichiarare i propri sentimenti, indipendentemente dal risultato immediato e materiale che otteniamo, significa vivere pienamente. Soffrire nel vederli non compresi o calpestati ne è, molto spesso, la conseguenza, sarei disonesta se non lo dicessi e non lo dichiarassi. Altrimenti non ne avremmo così tanta paura, non ne saremmo terrorizzati come, in effetti, siamo.

Chi mi conosce bene sa che io non sono e non sarò mai una di quelle che sceglie la strada più facile, quella del quieto vivere, quella che ti fa stare tranquillo nel tuo piccolo limbo. Chi mi conosce bene sa che, quando si tratta di sentimenti, mi sono sempre esposta, che non sopporto di tenerli incatenati o relegarli in un angolino profondo ed oscuro dove solo io li posso vedere. Di conseguenza non sopporto di riscontrare questo negli altri mentre, invece, mi capita di vederlo sempre di più ogni giorno. Non so perché siamo diventati incapaci di riconoscere, ed ammettere anche con noi stessi, ciò che proviamo. Ma so che non mi piace e che farò sempre di tutto per tirarlo fuori da me stessa e da chi ha la (s)fortuna di starmi intorno.

E poi, insomma, potete anche ascoltarvi Vecchioni. Certe cose le dice sicuramente molto ma molto meglio di me!

L’amore reale

C’è un momento particolarmente felice, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in cui sono stati prodotti alcuni film che, forse, sono significativi solo per me ma, probabilmente, diranno qualcosa anche ad altri. Credo che, in parte, certe cose si leghino indissolubilmente ad un momento particolare della nostra vita, assumendo significati più o meno pregnanti proprio in base alle nostre esperienze, al di là del valore intrinseco che hanno.

Ma indipendentemente da quale possa essere il motivo ritengo che proprio in quegli anni siano usciti due film che hanno la capacità di raccontare l’amore in una maniera estremamente realistica e di dire su di esso delle verità che vanno al di là della finzione filmica o del romanticismo con cui ci piace (e molto!) veder narrato questo sentimento e che trovo attualissimi ancora oggi (perché uomini e donne sono sempre gli stessi, nonostante i progressi e i regressi sociali).

Perché al cinema andiamo, indiscutibilmente, per sognare, per uscire dalla nostra realtà, per vivere più vite, come se questo servisse ad amplificare la nostra, ma al cinema andiamo anche per vederci riflessi. A volte ci può piacere, altre molto meno (quando ci raccontano lo sporco e il marcio che abbiamo dentro) ma è quell’effetto catartico di cui abbiamo un gran bisogno e di cui ci ha dato definizione Aristotele nella sua Poetica in riferimento alla tragedia classica. Ne riflettevamo altrove e, spesso, tendiamo a sottovalutare questo secondo aspetto dell’esperienza filmica che io ritengo altrettanto importante rispetto al primo. Migliaia di volte ho sentito persone chiedere consigli su film dicendo esplicitamente di voler vedere qualcosa di leggero, disimpegnato e continuo a non comprendere come si possa fare questa distinzione, decidere di spegnere il cervello per lo spazio di un paio d’ore ma, probabilmente se non sicuramente, sono io quella strana. Io, di solito, l’unica distinzione che faccio è tra film belli e film brutti e stop.

Ma sto andando fuori tema. Torniamo all’amore. Una storia d’amore al cinema, in un modo o nell’altro, riescono a ficcarcela sempre, perfino nei film più improbabili. Ma parlare davvero dell’amore, in maniera credibile e realistica, è una delle cose più difficili che ci sia. Perché è facilissimo cadere nella retorica e altrettanto facile lasciarsi trasportare dall’idea romantica che ne abbiamo perché, spesso, è molto più bello l’amore sognato ed immaginato di quello reale e quotidiano a cui tocca fare i conti con la vita che non è sempre così facile da portare avanti.

I due film a cui mi riferisco sono Harry ti presento Sally di Rob Reiner e Paura d’amare di Garry Marshall. Due film, apparentemente, molto diversi tra loro per trama e genere ma, in realtà, accomunati dalla stessa voglia di approfondire e scandagliare il sentimento amoroso.

Do per scontato che tutti conosciate i film in questione e che li abbiate ben presenti (in caso contrario dovete recuperarli e vederli perché è un peccato mortale non farlo!) io personalmente li conosco praticamente a memoria da quante volte li ho visti. Harry ti presento Sally credo che contenga alcuni dei migliori dialoghi mai scritti. Ne cito solo qualcuno, altrimenti rischio di esaurire tutto il post esclusivamente per questo!

  • Se uno ti accompagna all’aeroporto è chiaro che è all’inizio di una relazione, ecco perché io non accompagno nessuno all’aeroporto all’inizio di una relazione. Perché alla fine le cose cambiano, e tu non l’accompagni più all’aeroporto, e io non voglio sentirmi dire: “Come mai non mi accompagni più all’aeroporto?” (Harry)
  • Harry: Ti rendi conto, vero, che non potremo mai essere amici.
    Sally: Perché no?
    Harry: Beh, ecco… e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici, perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
    Sally: No, non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c’entra per niente.
    Harry: Non è così.
    Sally: Sì, invece.
    Harry: No, invece.
    Sally: Sì, invece!
    Harry: Tu credi che sia così.
    Sally: Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
    Harry: No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
    Sally: Non è vero.
    Harry: È vero.
    Sally: Non è vero!.
    Harry: È vero.
    Sally: E come lo sai?
    Harry: Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
    Sally: Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
    Harry: No, di norma vuole farsi anche quella.
    Sally: Ma se lei non vuole venire a letto con te?
    Harry: Non importa, perché il click del sesso è già scattato, quindi l’amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.
    Sally: Credo che non saremo amici, allora.
    Harry: Credo di no.
    Sally: Ah, è un peccato. Eri l’unica persona che conoscevo a New York
  • No, no no no no, non l’ho mai detto! … Sì, hai ragione, non possono essere amici. Cioè, se tutti e due stanno con qualcun altro allora sì, è l’unico emendamento alla regola d’oro: “Se due persone stanno con altri la possibilità di un coinvolgimento diminuisce”. E non funziona lo stesso, perché allora la persona con cui stai non capisce perché devi essere amico della persona di cui sei solo amico, come se mancasse qualcosa al rapporto e dovessi andare a cercartelo fuori. E quando dici “no, no, no, non è vero, non manca niente al rapporto”, la persona con cui stai ti accusa di essere segretamente attratto dalla persona di cui sei solo amico, il che probabilmente è vero. Insomma parliamoci chiaro, vale la regola d’oro, si abolisce l’emendamento: uomini e donne non possono essere amici. Vieni a cena con me? (Harry)
  • Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi. Ti amo quando ci metti un’ora a ordinare un sandwich. Amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo. Mi piace che dopo una giornata passata con te sento ancora il tuo profumo sui miei golf, e sono felice che tu sia l’ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo, e non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile. (Harry)
  • Jess: Un matrimonio non finisce mai solo per un’infedeltà: quello è un sintomo che qualcos’altro non va.
    Harry: Ah, sì? Beh, quel sintomo si scopa mia moglie
  • Sto dicendo che l’uomo giusto per te forse è lì che ti aspetta: e se non lo acchiappi tu lo farà qualcun’altra, e passerai il resto della tua vita sapendo che un’altra donna ha sposato tuo marito (Marie)

A parte essere completamente d’accordo sul fatto che uomini e donne non possano essere amici (teoria peraltro quotidianamente confutata dal piccolo particolare che, nella realtà, di amici maschi ne ho un sacco…) ritengo che questo film, pur adottando il tono della commedia, riesca ad analizzare perfettamente le dinamiche dei rapporti uomo donna, da come nascono a come si sviluppano, arrivando a rappresentare in maniera estremamente realistica le differenti reazioni dei due sessi. E proprio su questo si basa la scena fondamentale del film dopo che Harry e Sally, finalmente, vanno a letto insieme. Entrambi si accorgono che questo evento cambia tutto tra loro e mette le cose su un altro piano e, a questo punto, che succede? Sally accetta la cosa ed è pronta a viverla mettendosi in gioco mentre Harry pensa bene di fuggire. E’ chiaro che queste sono reazioni istintive infatti, alla fine, è Harry il primo che si accorge di essere veramente innamorato di Sally e fa di tutto per conquistarla. Però, secondo me, questa primissima reazione è esemplare proprio perché non è filtrata dal ragionamento e rispecchia tantissimo quello che succede nella realtà. Ed è estremamente realistico anche il successivo comportamento di Sally che, ferita dall’atteggiamento di Harry e sentendosi rifiutata, chiude completamente qualsiasi possibilità, non riesce a perdonare né a prendere in considerazione il fatto che la reazione dell’uomo non abbia a che fare con un rifiuto di una relazione tra loro ma, semplicemente, dallo sconcerto per quello che è accaduto che non era assolutamente premeditato. Harry si accorge subito dell’errore ma Sally non perdona. Anche questo è un atteggiamento tipico femminile perché una donna ferita va subito in difesa e si chiude (poi una, se ne è consapevole, può uscire da questo meccanismo ma è insito veramente nella natura femminile e resta inconscio nella maggior parte dei casi) lasciando ben poche possibilità di recupero al malcapitato. Ma, alla fine, proprio perché si innesca questo meccanismo, Harry ci regala una delle più belle dichiarazioni d’amore cinematografiche che è quella riportata anche sopra, tra le citazioni (insieme a questa, altrettanto bella e, non a caso, contenuta in un altro splendido film di Reiner, Storia di noi due che andrebbe anche questo citato quando si parla d’amore ma che sarebbe fuori tema qua perché racconta i meccanismi che portano alla fine di una storia).

Paura d’amare, invece, è un film di un genere completamente diverso. E’ sempre classificabile come commedia anche se il tono è certamente amaro e malinconico. In questo caso la cosa più interessante è il comportamento femminile. Frankie passa quasi tutto il film a rifiutare Johnny e non perché non sia attratta da lui ma perché ha troppa paura di lasciarsi andare. E per una volta il titolo italiano è molto migliore di quello originale, che si limita a riportare i nomi dei due protagonisti Frankie & Johnny e ad alludere alla canzone, perché sottolinea il tema del film che racconta quanto, le esperienze pregresse, rendano difficile abbandonarsi ad un sentimento che dovrebbe essere tutto meno che riflessione (ed è proprio perché, in molti casi, ci riflettiamo troppo che ci precludiamo tante occasioni. Poi, c’è da dire, che è perché riflettiamo poco che accettiamo tante unioni sbagliate, ma questo è un altro discorso…). Anche in questo caso assistiamo ad un uomo innamorato che tenta in tutti i modi di conquistare una donna che lo rifiuta e lo fa con una costanza ed una caparbietà ammirevoli. Ma quello che deve scardinare per permettere a Frankie di lasciarsi andare è pesante perché lei esce da un passato di violenza che rimuovere è impossibile (ed è toccante il momento in cui lui dice a lei che cancellerà quel passato e lei, in lacrime, gli dice che nessuno può farlo. Allora Johnny ci regala una battuta stupenda affermando che è vero che nessuno può farlo ma è altrettanto vero che lui ci sarà per affrontare insieme a lei ogni dolore futuro). Ma basta molto meno di questo per accettare di abbandonarsi ad una persona, per mettersi a nudo, per decidere di farsi conoscere fino in fondo. Ed in questo credo proprio che uomini e donne siano simili e che non sia una questione di genere ma solamente di esperienze. Più esperienze negative si sono avute e più difficilmente riusciremo ad ignorarle e a concedere fiducia, convinti che tanto le cose andranno sempre allo stesso modo, che non ci sarà possibilità di riscatto. E questo è, sicuramente, anche legato all’età. Più ci abituiamo a stare soli e più riteniamo che debba essere la nostra condizione naturale. E, infatti, anche nel film l’età dei protagonisti è estremamente importante e viene sottolineata più volte (36 lei e 45 lui).

E questa paura, più di tutte, credo che sia ciò che oggi riesce a rovinare quasi tutti i rapporti, che ci spinge a diffidare gli uni degli altri, che ci impedisce di conoscerci e di lasciarci conoscere. Lo dico ovunque e lo dirò sempre perché ne sono profondamente convinta: ogni volta che riusciamo a mettere da parte tutto questo allora riusciamo a vivere pienamente, a dare il giusto valore agli altri e i rapporti che ne derivano sono quelli che più ci arricchiscono e ci segnano.

E Paura d’amare ha il grande merito di descrivere questa paura, di renderla evidente, di contestualizzarla e di mostrarci un qualcosa in cui non abbiamo difficoltà a riconoscerci, sempre che possediamo l’onestà intellettuale di ammetterlo.

Un libro, a volte, diventa il libro

Questo post non può che essere dedicato a Pietro che mi ha detto di leggerlo senza dirmi di leggerlo. Così siamo uno ad uno. E lui sa perché.

Ormai, da tempo, mi sono abituata a valutare la bellezza di un libro dal numero di brani che mi viene voglia di ricopiare. Sono sempre stata un’accanita collezionista di brani di libri. Mi piace annotarmi frasi ed interi periodi che mi sono piaciuti e mi piace rileggerli per riscoprire le medesime sensazioni della prima volta. Un tempo riempivo quaderni così. Poi sono passata ai file sul pc. Adesso, nell’era dei social, trovo molto più comodo utilizzare un Tumblr (questo).

Il medico di corte di Per Olov Enquist 2001

Questa premessa per dire che de Il medico di corte di Per Olov Enquist avrei ricopiato l’intero romanzo.

Quante volte capita di trovare un libro perfetto? Dove neppure una frase o una parola sono fuori posto? Dove tutto scorre come deve scorrere e da cui non ti staccheresti neppure un attimo? Pochissime. Che io ricordi, recentemente, mi è successo con La tredicesima storia di Diane Setterfield e con l’assoluto Moby Dick di Melville. Sono pochi i libri del genere ma quando li incontri non puoi dimenticarli. Vorresti rileggerli appena chiusi e non faresti altro che consigliarli a chiunque capiti, anche a chi ti passa accanto per strada. Che poi non sai neppure esprimere bene il perché e stenti a capirlo persino tu.

Ma se provi a definirlo parti sempre dal modo di scrivere che è imprescindibile per designare un semplice libro come capolavoro (anche se ti periti sempre un po’ ad usare questa parola e, se lo fai, di solito, la sussurri). Ed Enquist scrive da Dio. Punto. Non c’è altro da aggiungere. Sa essere diretto, ironico, romantico, sensuale, coinvolgente, stimolante, sa creare suspense ed attesa. Il passaggio continuo dal passato al futuro degli avvenimenti che racconta è un espediente perfetto per tenere alta la tensione, per stimolarti ad andare avanti con la lettura, per farti partecipare della sorte dei personaggi.

I personaggi, appunto. Altro elemento fondamentale per amare alla follia un romanzo è quello di trovare dei personaggi che ti facciano venire voglia di conoscerli di persona, che sia per conversare con loro sorseggiando una tazza di tè o per innamorartene perdutamente o, semplicemente, per abbracciarli stretti perché comprendi perfettamente tutte le loro debolezze e fragilità. I personaggi di questo romanzo sono così. Perché io mi sono perdutamente innamorata di Struensee e della sua caparbietà e ho sofferto in maniera indicibile osservando re Cristiano VII, la sua viva intelligenza repressa, la sua dolcezza, la sua fragilità trasformata, a suon di punizioni corporali, in follia. E ho amato Caroline Mathilde, la regina, con la sua consapevolezza di essere donna ma, allo stesso tempo, con la sua sfrontatezza che diventa sfida nei confronti di chi utilizza il potere per reprimere ogni anelito di umanità. Tutti i personaggi che Enquist mette in campo sono estremamente veri, con qualità e debolezze di ogni uomo e, proprio per questo, impossibili da dimenticare.

Infine la storia. Un romanzo per appassionarti deve narrare una bella storia. Non che sia necessario, ci sono bellissimi romanzi che non raccontano assolutamente nulla ma… volete mettere una bella storia? Una di quelle che hai voglia di raccontare a qualcuno e che hai voglia di sapere come va a finire (ve lo dico subito: in questo caso malissimo! Uno dei finali più strazianti che romanzo possa avere…). E Il medico di corte è così: racconta una bella storia. Perché è la storia di un sogno, di un’utopia, destinata a scontrarsi con una realtà che fa di tutto per annientarla e, apparentemente, ci riesce. Ma si possono annientare le idee? E’ possibile farle morire come si fa morire un uomo? La risposta è tutta lì, nelle poco più di 400 pagine di questo meraviglioso libro.

Assolutamente da leggere.

La meraviglia

Il cinema è meraviglia. Non solo e non necessariamente ma, alla sua origine, questo era e, per gran parte dell’infanzia di ognuno di noi, questo è rimasto.
I primi film al cinema li guardavamo a bocca aperta e con lo sguardo sognante. Ci trovavamo catapultati in un altro mondo e in un’altra dimensione e ci affidavamo, ci lasciavamo trasportare. Da adulti abbiamo cominciato a fare attenzione ad altre cose. Abbiamo amato il realismo delle storie e la descrizione dei personaggi, abbiamo cominciato ad apprezzare gli aspetti tecnici ed imparato a valutarli, ci siamo soffermati su storie che avessero qualcosa da dire o ci insegnassero ciò che non sapevamo.

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Ma quella sensazione di meraviglia non è scomparsa. La conserviamo in un qualche luogo intimo dentro di noi e tendiamo a dimenticarcene (o, almeno, tanti tendono a farlo, ma c’è pure chi se ne fa un vanto e se la coltiva con fierezza).

Pacific Rim (2013)

[Pacific Rim, USA 2013, Azione, durata 131′]   Regia di Guillermo Del Toro
Con Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Ron Perlman, Max Martini, Clifton Collins jr.,Robert Kazinsky, Robert Maillet, Burn Gorman, Diego Klattenhoff, Heather Doerksen, Lance Luu, Charles Luu, Mark Luu

Poi vai a vedere un film come Pacific Rim, l’ultima fatica di Guillermo Del Toro e tutte le tue difese cadono miseramente. Ti trovi catapultato in un altro mondo e non hai neppure il tempo di pensare a cosa stai assistendo. Le immagini si susseguono lasciandoti a bocca aperta e con lo sguardo sognante perché non puoi riflettere, non puoi fermarti a pensare. Sei costretto a stare anche tu dentro uno Jaeger a condividere il pensiero e i ricordi con qualcuno. Sei costretto a combattere per sopravvivere e senti addosso tutto il peso della responsabilità della salvezza del mondo.

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E per il tempo della visione torni a provare quella meraviglia che pensavi di aver salutato per sempre con la fine dell’infanzia.
Fosse solo per questo Pacific Rim meriterebbe la visione. Ma Del Toro non si limita a questo. Del Toro è un regista che ha rispetto per lo spettatore e per il suo lavoro. In questa pellicola tutto funziona come dovrebbe e la cura nella caratterizzazione dei personaggi, la solidità della regia, la bellezza della fotografia, le magnifiche scelte coreografiche dei combattimenti, la coerenza della sceneggiatura non sono mai messe in secondo piano e, se il lato estetico risulta totalmente appagato, nondimeno lo è quello intellettuale. Perché, se guardando un film del genere ci riscopriamo bambini è comunque vero che non lo siamo più. Altrimenti, probabilmente, ci basterebbero i blockbuster di Emmerich, Bay e Snyder e non avremmo bisogno di cercare niente di più.

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Del Toro riesce a creare un immaginario altro, qualcosa che è vicino a qualcosa che abbiamo già visto ma non è mai mera ripetizione. Con lui c’è sempre un elemento in più, un fattore che ne sancisce l’originalità e che contribuisce a costruire un nuovo immaginario fantastico, diverso da quello a cui siamo abituati. Dei robot giganti tutti li abbiamo già visti in Transformers. Dei mostri preistorici sono ciò a cui ci ha abituato Godzilla. Il potere della mente era già ben presente in Matrix e il potere dei ricordi in Inception. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò a cui assistiamo in Pacific Rim. C’è anche tutto questo ma c’è un oltre difficilmente definibile senza scomodare la parola genio.
Correte a vederlo.

Raramente capita di uscire dal cinema e di avere la consapevolezza di aver appena visto un capolavoro. L’ultima volta mi era accaduto con Drive di Nicolas Winding Refn e ancora prima con La donna che canta di Denis Villeneuve. Recentemente mi è accaduto di nuovo per merito di Come pietra paziente di Atiq Rahimi.

Come pietra paziente (2012)

[Syngue sabour, Francia, Germania, Afghanistan 2012, Drammatico, durata 98′]   Regia di Atiq Rahimi
Con Golshifteh Farahani, Hamid Djavdan, Hassina Burgan, Massi Mrowat
Una stanza. Un uomo ridotto in stato vegetativo da un proiettile conficcato nel collo. Una donna che, per la prima volta nella sua vita, si sente libera di raccontarsi. Fuori una guerra che dura da troppo tempo.
Non serve altro. Non serve altro né per raccontare la trama di questo film né per dirigere una pellicola che non può lasciare indifferenti.
Sono dovuta tornare a vedere il film di Rahimi perché la prima visione mi aveva lasciata abbacinata dalla bellezza delle immagini e dalla forza delle parole che, come un fiume in piena, sgorgano dalle labbra della magnifica protagonista. Parole represse a lungo da una cultura che considera la donna alla stregua di un oggetto, incapace di decidere della sua vita e, spesso, merce di scambio per gli affari dell’altra metà della società, quella maschile. Una società, a detta della stessa protagonista, capace solamente di fare la guerra per nascondere l’incapacità di amare. Uomini che non possono permettersi di farsi vedere deboli, o fragili, o inesperti, anche quando non riescono a nasconderlo. Uomini che non esitano a punire, umiliare, prevaricare perché, appunto, incapaci di amare, di dimostrare amore.
E’ un film estremamente femminile quello di Rahimi, tanto che, durante la visione, ero convintissima che il regista o, almeno, il soggetto fosse di una donna. Invece no. E questo colpisce ancora di più perché, alla fine della visione, non si può non rimanere disgustati da ciò che gli uomini sono capaci di fare.
E’ un film coraggioso Come pietra paziente. Perché ha il coraggio di scegliere la luce e le parole come linguaggio predominante. Il lunghissimo racconto della protagonista riempie tutta la pellicola e sarebbe stato molto facile suscitare noia nello spettatore. Invece non succede mai. Perché è evidente la forza delle parole pronunciate dalla donna; è evidente la verità che viene fuori in tutta la sua forza dirompente perché non può essere ignorata. Perché quando si ha il coraggio di tirarla fuori la verità non può più essere nascosta.

Mestierante di pregio

Questo conferma di essere Scott Derrickson: un pregevole mestierante. E lo dico senza nessunissima accezione negativa perché di gente che sappia fare il suo mestiere ce n’è sempre più bisogno in ogni campo. D’altra parte non tutti possono fregiarsi dell’appellativo di geni e, molti, sono convinta, neppure aspirino ad esserlo.

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Ma gente come Derrickson conosce il proprio lavoro e tutti gli strumenti che gli mette a disposizione.

Sinister (2012)

[Sinister, USA 2012, Horror, durata 110′]   Regia di Scott Derrickson
Con Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio, James Ransone, Fred Dalton Thompson, Clare Foley, Cameron Ocasio, Victoria Leigh, Juliet Rylance, Michael Hall D’Addario, Blake Mizrahi

Un film come Sinister (e, prima di questo, The Exorcism of Emily Rose) dimostra che ancora oggi è possibile girare un buon horror nel pieno rispetto di tutte le regole classiche del genere senza pretendere di rinnovare alcunché ma mirando a fare un prodotto di qualità, con grande rispetto per lo spettatore. Spettatore che si siede sulla poltroncina del cinema sapendo esattamente cosa aspettarsi e trovando, alla fine, esattamente cosa si era aspettato. Punto. Vi pare poco? A me no perché, come ci tengo a sottolineare, Derrickson ha, prima di tutto, grande rispetto per lo spettatore e fa la scelta ben precisa di non ingannarlo con trucchetti dozzinali ed effetti inutili ma gira con rigore ed impegno, scena dopo scena, un film curato e ben confezionato ma mai vuoto. Perché in Sinister c’è pure una trama, non particolarmente originale, ma ben costruita ed orchestrata. Ci sono personaggi, anch’essi non originali, ma ben scritti e recitati con convinzione (davvero in parte Ethan Hawke, la cui recitazione, in altre occasioni, ha lasciato un po’ a desiderare). Ci si spaventa anche con Sinister, soprattutto in certe scene che hanno il potere di inquietare non poco chi le osserva. E, alla fine, si torna a casa soddisfatti.

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Per quanto mi riguarda l’unica cosa che trovo veramente fastidiosa nella produzione horror di questo regista è l’uso del sonoro sempre invadente e grossolano, in netto contrasto con tutto il resto che è comunque misurato ed efficace. Ma, a parte questo piccolo particolare, ritengo Sinister un film davvero ben riuscito e Derrickson un regista da tenere d’occhio perché ti dà esattamente ciò che promette. E non è poco.

Facebook e il male

Ultimamente mi è capitato di riflettere più volte sul fenomeno Facebook anche se, apparentemente, è ormai uno strumento talmente consolidato e diffuso che sembra non esserci più molto da dire che non sia stato già ampiamente detto, motivato ed argomentato. Eppure, secondo me, anche lì alcune cose stanno cambiando.

La cosa che più mi balza agli occhi è una sorta di apertura dei profili di Facebook un po’ a tutti. Mentre non moltissimo tempo fa il proprio profilo era una sorta di stanza privata in cui far entrare solo pochi amici fidati con cui si voleva rimanere in contatto, piano piano c’è stata una prima evoluzione ed è diventato un luogo in cui collezionare amici, come fossero figurine, come se fosse una gara a chi ne ha di più. Per cui non più il vecchio compagno di scuola finalmente ritrovato ma anche il tizio incontrato una volta a quella festa e di cui ricordo a malapena il nome. O l’amico dell’amico -perché no?- pur se mai visto né conosciuto.

A questo punto i confini dell’esclusività si sono persi definitivamente e Facebook si è aperto al virtuale, cominciando ad includere le conoscenze della rete, persone magari mai incontrate ma presenti più o meno quotidianamente sui vari social, forum, blog.

Naturale che questa apertura abbia necessariamente portato ad una maggiore superficialità di contenuti perché, ovviamente, dovendoci rivolgere non più a pochi amici intimi e fidati si deve stare attenti anche a non esporsi troppo, in un certo senso. Da qui una sorta di spersonalizzazione progressiva dei propri profili, prediligendo scambio di link, musica ed immagini a scapito della diffusione di riflessioni e pensieri (non da parte di tutti, naturalmente).

E da qui in poi il nemico. Anzi, i due nemici. Le due cose di Facebook che mi fanno venire l’orticaria e che, personalmente, cerco di usare il meno possibile. I like e i tag. Premetto che non c’è assolutamente nulla di male ad utilizzare questi due strumenti e ognuno è liberissimo di farlo (pure i taggatori folli, vero Davide? ;) ) ma credo che valga la pena riflettere su quello che, a mio parere, sta dietro a queste due abitudini.

Un semplice “mi piace” affibbiato ad una foto o ad un post ha la duplice funzione di indicare di esserci e di dimostrare apprezzamento senza sforzarsi di creare un dialogo. E va benissimo, per carità. Non sempre si ha qualcosa da dire (e io, personalmente, mi rendo conto di avere sempre meno opinioni chiare su tantissime cose ultimamente) e non sempre è necessario dire qualcosa, spesso dimostrare apprezzamento per un contenuto è più che sufficiente. Detto questo è bene distinguere tra uso e abuso laddove l’abuso significa non avere MAI qualcosa da dire. Possibile? Chiedo più a me stessa che a voi. Possibile che di fronte a contenuti anche seri ed importanti non si abbia nulla da dire? Tutto sembra dimostra questa possibilità, in effetti.

I tag. Ecco questo è un fenomeno, se vogliamo, ancora più significativo. Perché taggare qualcuno significa chiedere la sua attenzione, pensare che quella determinata persona potrebbe ignorare il contenuto che stai pubblicando se tu non andassi appositamente a batterle sulla spalla e dirle “Oh, hai visto?” Ecco, questo mi fa più tristezza che fastidio. Sarà che ho sempre pensato che chi mi apprezza mi viene a cercare, che è naturalmente interessato a ciò che dico senza che io debba necessariamente farmi notare e che chi non mi cerca, alla fine, è qualcuno di cui si può fare anche a meno ma, forse, tutto questo è solo dettato dalla mia arroganza. O, forse, dipende dal fatto che, di solito, preferisco passare inosservata piuttosto che farmi notare. O forse, più probabilmente, dipende dal fatto che tutto questo è segno di un tempo che sta cambiando e che stento spesso a capire. E non mi piace essere distante dal mondo, intendiamoci. Perché nel mondo bisogna viverci e per farlo bisogna saperne seguire il passo, pur se distante dal nostro, pur nello scegliere di muoversi in direzione ostinata e contraria.

Eccomi qua ad accettare l’invito di Davide che mi ha passato il testimone per questo meme sulla fine del mondo. Sono un po’ in ritardo e il pericolo è ormai scongiurato (per fortuna!) ma è comunque interessante immaginare cosa farei. Non si sa mai che dopo i Maya arrivi qualcun altro a gufare!

1. Con chi trascorrereste il lieto evento?

Penso che lo vorrei trascorrere in assoluta solitudine. Credo che sia uno di quei momenti della vita in cui è necessario essere da soli per consapevolizzarsi veramente di cosa sta accadendo. Siccome è la fine vorrei avere il tempo per accorgermene veramente e per sistemare dentro tutto quello che rischia di essere lasciato in sospeso.

 2. Dove lo trascorrereste?

In riva al mare. Nel luogo che più mi appartiene e mi fa sentire veramente me stessa. Sì, se accadesse vorrei essere sulla spiaggia a vederlo accadere.

 3. C’è qualcuno di cui vi vorreste vendicare per un torto subito?
Assolutamente no. La vendetta è una di quelle pulsioni che proprio non mi appartengono. Semmai vorrei avere l’occasione per parlare con le persone che hanno finito per farmi del male per capirne veramente i motivi, questo sì.
4. C’è una persona che vorreste rivedere prima dei titoli di coda?

Ce ne sono troppe, forse. Vorrei rivedere tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita. Quelle che ci sono sempre state e quelle che non ci sono più. Quelle andate via da anni e quelle andate via da giorni. Vorrei vedere tutte le persone che hanno significato qualcosa. E non sono poche.

5. Avendo per assurdo la possibilità di scegliere, vi piacerebbe sopravvivere in un mondo post-apocalittico?

A me piacerebbe sopravvivere sempre e comunque. Ci tengo troppo alla vita per accettare che possa finire. Sopravvivere in un mondo completamente diverso da quello che conosco non sarebbe per nulla semplice, anzi, per tanti versi mi destabilizzerebbe, però sarebbe anche una sfida, un’occasione per resettare il pensiero e cambiare completamente prospettiva. Credo che dopo lo sconforto iniziale mi gaserebbe non poco ;)

6. Una soddisfazione, l’ultima, da togliervi in queste ore.

Oddio, dipende da quante ore ho a disposizione. Se fossero abbastanza vorrei sicuramente andare a vedere un posto mai visto come il Giappone, oppure tornare un’ultima volta in un posto che amo come l’Olanda.

7. In previsione di un ipotetico aldilà, vi aspetta il calduccio dell’inferno o la quiete del paradiso?

Non essendo contemplato il Purgatorio, che sarebbe sicuramente la mia destinazione, opterei per il Paradiso. Sono abbastanza convinta di non aver fatto niente di così grave da meritare la dannazione eterna!

8. Un oggetto, uno soltanto da mettere in una capsula del tempo, e che verrà ritrovato da coloro che un giorno, tra migliaia di anni, ricostruiranno la civiltà.

Una cosa estremamente semplice: una bambola. Perché insegna cosa è l’infanzia ed è il simbolo della cura dell’altro. E queste sono le due cose da cui, se ci fosse data l’occasione di farlo, si dovrebbe ricominciare.

9. Un’ultima dichiarazione prima di salutarci

Ormai il 21 dicembre è passato e il mondo non è finito. Forse finirà, prima o poi. Ecco, se dovesse accadere però non vorrei esserci. Già mi fa estrema tristezza il pensiero della fine della mia di vite, figuriamoci pensare che debba finire per tutti!

Intanto passo il testimone di questo meme a qualche altro blogger che considero particolarmente indicato per elucubrare su questa possibilità, e quindi a voi: Ralph Magpie, Silver7Arrow, Man from Mars e Qwertyminus.

E dato che il Natale è vicinissimo e che, ultimamente, non passo molto da queste parti, ne approfitto per fare gli auguri ad un po’ di persone speciali conosciute proprio grazie all’apertura del blog, magari per vie traverse, ma che non ci sarebbero se non avessi iniziato a scrivere queste pagine virtuali. Le cito in ordine assolutamente sparso. Alcune mi leggono, altre no e, magari, non sapranno mai di questi auguri, ma non importa. Quello che conta è che tutti, in un modo o nell’altro, sono importanti :)
E, quindi, buon Natale a Ralph, Flavio, Mirko, Davide, Gre, Fabrizio, Suibhne, Adblues, Fran, Lucia, Rossella, Lady Lindy, Vitty, Lois, Sonia, Elisa, ControlFreak, Alberta.

AUGURI!

M’innamoravo di tutto

Capita. Non a tutti ma a me molto spesso. Mi capita di vedere un’immagine e di innamorarmene. E in quei casi mi capita di osservarla talmente tanto, di sviscerarla talmente a lungo che poi, per anni, mi rimane negli occhi. Mi capitò, non so più neppure quanti anni fa, con un quadro. Non ricordo dove lo vidi. Non riesco a ricollegarlo a nulla. Ma l’immagine di quel quadro mi è sempre rimasta impressa. Ogni tanto mi tornava in mente senza motivo. E tutte le volte che accadeva rimanevo sbalordita da quelle linee e da quei colori che hanno la capacità di creare un’atmosfera calda ed avvolgente, intima. Quel quadro non l’ho più rivisto, anche se, in fondo, mi rendo conto di averlo sempre cercato. Non ricordarmi assolutamente il nome del pittore né il contesto in cui lo avevo visto la prima volta non era d’aiuto per rintracciarlo, questo va detto.

Ma poi, oggi, il miracolo. Sì perché quel quadro l’ho ritrovato. E ringrazierò per sempre Google immagini e la possibilità di ricercare per immagini visivamente simili se l’ho ritrovato! Tra l’altro scopro che è in vendita (ma 1400 € come base d’asta non sono proprio nelle mie possibilità per cui farò finta di nulla…) e che l’autore è ignoto. Eppure io ero sicura che quando è capitato sulla mia strada la prima volta un’attribuzione ce l’avesse perché mi ricordo distintamente che cercai informazioni anche sul pittore. Ma tutto questo non ha molta importanza.

Quello che mi stupisce e mi meraviglia è l’apparente casualità con cui certi incontri avvengono. Poco importa se si tratta di quadri, musica o persone. Ci sono incontri che sembrano destinati ad avvenire. Ci sono immagini che non si fanno dimenticare. Cose che restano.

Adoro tutto di questa tela. Amo l’ingenuità e la sfrontatezza di questo nudo, il contrasto tra le forme piene e sensuali e lo sguardo quasi da bambina, gli occhi vivi e le labbra dischiuse. Amo i colori di terra che caratterizzano il dipinto e la luce calda che avvolge tutta la scena. Amo la resa materica della pelle della ragazza e quella della pelliccia su cui è adagiata. Amo le linee svelte con cui è tratteggiato il nudo e l’indefinitezza dello sfondo.

Sì, mi capita spesso d’innamorarmi un po’ di tutto…

Il timido sorriso di Elisabetta


Be daring, be different, be impractical, be anything that will assert integrity of purpose and imaginative vision against the play-it-safers, the creatures of the commonplace, the slaves of the ordinary.

Sir Cecil Beaton

Capita che vedi un’immagine e ti colpisce in maniera quasi inesprimibile. Tra milioni di altre immagini simili spicca per un particolare. In pratica te ne innamori. E non puoi fare a meno di guardarla e riguardarla perché è come una calamita per il tuo sguardo. Non succede spesso ma quando succede è un’esperienza meravigliosa. Mi è successo recentemente con questa fotografia:

Elisabetta II fotografata da Cecil Beaton

Mi ha colpita quel sorriso timido, illuminato da una luce palpabile, l’atteggiamento umile e lo sguardo limpido. Mi ha colpita che fosse il ritratto fotografico di una regina. Mi ha colpita identificarla, infine, come Elisabetta II, abituata come sono a vederla anziana e fiera.

Mi ha fatto venire in mente, ancora una volta, che non c’è niente di oggettivo nella fotografia. Spesso caschiamo nell’errore di considerare la fotografia una rappresentazione della realtà per quella che è ma non è affatto così. Recentemente mi è capitato di fare una riflessione simile in merito ad un’altra fotografia e, allora come adesso, sono arrivata alla conclusione che è assolutamente vera la considerazione di Goethe per cui la bellezza è negli occhi di chi guarda. La sensibilità di chi sta dietro l’obiettivo è fondamentale. Ogni sguardo è unico e, proprio per questo, nessuna fotografia, anche se ritrae lo stesso personaggio, sarà mai uguale ad un’altra se i fotografi sono diversi.

Partendo da questo ritratto di Elisabetta II sono andata a spulciarmi altre foto di Cecil Beaton per arrivare a scoprire che da ognuna di quelle immagini emerge una sensibilità raffinata e profondissima. Di Cecil Beaton non sapevo proprio nulla fino a pochi giorni fa. E così, a partire dal post all’interno del quale mi ha catturato lo sguardo timido di Elisabetta mi sono messa ad approfondire.

Beaton (1904-1980) è stato, oltre che fotografo, diarista, costumista, interior design e pittore. Non mi interessa mai più di tanto la biografia di un personaggio quanto, piuttosto, conoscerlo attraverso la sua opera che, poi, è quello che ci rimane, la sua eredità. Di Beaton vale la pena segnalare solo un paio di cose (gli approfondimenti biografici li potete trovare all’interno dell’articolo linkato). Ha lavorato a lungo nel campo della moda, fotografando per Vogue e Vanity Fair. Inoltre ha disegnato i costumi per la rappresentazione teatrale di My Fair Lady, opera che personalmente adoro, e per la successiva trasposizione cinematografica con cui ha vinto un meritatissimo Oscar (il costume di Audrey Hepburn alle corse dei cavalli ha il potere di farmi rimanere a bocca aperta ogni volta che guardo il film per quanto è perfetto). Da segnalare sono anche i numerosi ritratti fotografici realizzati per la famiglia reale inglese di cui è stato ritrattista ufficiale. Infine non va dimenticato il lavoro come scenografo e costumista per la rappresentazione della Turandot di Puccini al Metropolitan di New York del 1963.

Al di là delle mille parole che si potrebbero usare per descrivere il suo talento credo che molto più significativo sia, sempre e comunque, lasciar parlare le immagini. Per cui ecco alcune delle sue fotografie che, in assoluto, mi piacciono di più. Perché sono immagini che hanno qualcosa da dire, non restano mute ma parlano a chi le osserva, raccontano una storia che avresti voglia di scoprire ancora un pezzettino di più.

Marlon Brando nel 1946 fotografato da Cecil Beaton

Marilyn Monroe fotografata da Cecil Beaton

Francis Bacon fotografato da Cecil Beaton

Mick Jagger fotografato da Cecil Beaton

Elizabeth Taylor fotografata da Cecil Beaton

Maria Callas nel 1957 fotografata da Cecil Beaton

Elisabetta II con il principe Andrea nel 1960 fotografata da Cecil Beaton

Questo ultimo bellissimo ritratto di Elisabetta non può non far pensare ad una delle tante immagini della Madonna con il Bambino che affollano la nostra storia dell’arte. Nella semplicità e nell’essenzialità di questa immagine Beaton è riuscito a rendere immortale la sovrana assimilandola all’icona della Vergine. Indubbia potenza di uno sguardo.

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